LA FORTUNA SORRIDE AGLI AUDACI
INTERVISTA CON PAOLO ROSA.
Incontriamo il regista de "Il
mnemonista" presso Studio Azzurro, con cui Rosa ha avviato un sodalizio a partire dal
1982 per scommettere su progetti artistici innovativi.
Fra i promotori della prima rassegna Filmmaker a Milano (associazione che da
ventanni sostiene la produzione audiovisiva indipendente), Rosa ha al suo attivo
significative esperienze di ricerca nellambito delle installazioni video, oltre che
in campo cinematografico e teatrale.
Ciao Paolo. "Il mnemonista" è un film
molto particolare. Una sfida, in rapporto alla produzione italiana standard. Ci vuoi dire
comè nato?
Dopo luscita di un nostro
mediometraggio, "Losservatore nucleare del Sig. Nanof" nel 1985, ci fu
segnalato un testo di A. R. Lurija, unedizione intitolata "Una memoria
prodigiosa". Le sinestesie e i meccanismi mentali descritti si associavano agli
itinerari che stavamo percorrendo allora con le installazioni video. Dopo vari tentativi
di ricavarne una sceneggiatura, il progetto è affiorato più volte per fornire spunti al
nostro lavoro, anche teatrale ("La camera astratta" nell87). Di qui la
necessità quasi fisiologica di esorcizzarlo una volta per tutte.
La tua opera offre immagini di grande cura
formale. Credi che fornire suggestioni visive sia lelemento specifico del cinema
postmoderno?
Indubbiamente il cinema deve
possedere una sua visionarietà e una dimensione estetica pregnante dal punto di vista
della ricerca. Non so se sia corretto definirlo un elemento postmoderno, è piuttosto una
fase di transizione. Se dovessi ipotizzare una forma di racconto prossima a venire farei
capo a un intreccio di analogie e sensazioni, anche al di là del vedere e sentire. A tal
proposito, però, bisognerebbe fare un discorso a parte sul cinema italiano, che non è
particolarmente attento a questorizzonte. Ciò che mi premeva maggiormente mentre
progettavo il film era di superare la narrazione lineare in senso stretto, lasciare degli
interstizi di senso sondabili dallimmaginazione dello spettatore. Un testo aperto,
insomma. Per un pubblico partecipe e attivo.
Al tuo film è sottesa la metafora di una
società e di un individuo bombardati da un flusso indistinto di messaggi e sollecitazioni
visive, con il rischio di un collasso didentità culturale. Quali criteri selettivi
adotti, come artista e al tempo stesso come spettatore, per scegliere cosa vedere?
Credo che viviamo in un contesto
troppo affollato di sollecitazioni, troppo convulso dal punto di vista temporale e
spaziale. Tutto ciò provoca un inevitabile indebolimento delle difese atte a filtrare la
molteplicità degli stimoli visivi. Come sostengo nel libro "Ambienti
sensibili", ci troviamo in una condizione di iperrealismo, pervasa da modelli che non
appartengono alla nostra esperienza, ma sono mutuati da sistemi esterni. Così, la nostra
realtà è compenetrata da una dimensione finzionale, virtuale. Questa dissociazione, a
cui peraltro il cinema e ancor di più la televisione hanno contribuito, ci rende incapaci
di distinguere tra il vero e il falso, di ritrovare il nostro percorso
storico-culturale-affettivo. La conseguenza è la frammentazione interiore.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Ho sicuramente voglia di continuare lavventura
cinematografica, ma senzansia. È una mia scelta di vita quella di far parte di un
soggetto creativo collettivo. E il percorso progettuale di Studio Azzurro è molto
complesso, è fatto anche di altre discipline, come il teatro e le installazioni video.
Per ora non avverto il bisogno di assumere il cinema come esigenza espressiva primaria.
Recentemente sei intervenuto a un convegno
sullautoproduzione svoltosi in occasione del MilanoFilmFestival. Quale consiglio ti
sentiresti di dare a un aspirante filmaker?
Non dovrebbe cedere alla tentazione
di narrare la storia che ha letto sul giornale. Un film non rappresenta unipotetica
realtà, ma è innanzitutto unesperienza esistenziale, estetica, linguistica. Un
mezzo per abbattere gli stereotipi e costruire metafore spiazzanti. Si è dimenticato che
il cinema non è un business volto a compiacere il pubblico, ma è sempre stato un ambito
sperimentale per immagini e racconti. Basti pensare, ad esempio, a Pasolini. Ma è venuto
meno il coraggio. Manca una propensione alla ricerca anche di unidentità
precisa - che non viva di rendita nei confronti del neorealismo o della commedia
allitaliana. Senza eccedere nello sperimentalismo, giacché non è più il momento
degli avanguardismi esasperati degli anni Sessanta-Settanta. E senza dimenticare le
radici: per esempio, il realismo magico e poetico che fa capo a Pasolini. Inoltre, gli
spettatori sono più attivi ed intelligenti di quel che si è soliti credere. A Milano, a
Roma e in altre città abbiamo avuto una risposta di pubblico molto soddisfacente.
Cè chi ha ancora voglia di impegnarsi un po, assumersi qualche
responsabilità, vedere un film che non sia una semplice storiella ludica.
Il tuo film analizza le straordinarie capacità
della memoria umana. Quale film non potresti mai dimenticare?
Più che un singolo film, unintera categoria.
Quella delle opere incompiute, contenenti una miriade didee e intuizioni intriganti.
Penso in particolare a Orson Welles, al suo vagare nel cinema per frammenti, dopo aver
realizzato alcuni capolavori compiuti.
Paola Daniela Orlandini
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