Anno VI - Numero 14 - Settembre  2000

Interviste


LA FORTUNA SORRIDE AGLI AUDACI
INTERVISTA CON PAOLO ROSA.

Incontriamo il regista de "Il mnemonista" presso Studio Azzurro, con cui Rosa ha avviato un sodalizio a partire dal 1982 per scommettere su progetti artistici innovativi.
Fra i promotori della prima rassegna Filmmaker a Milano (associazione che da vent’anni sostiene la produzione audiovisiva indipendente), Rosa ha al suo attivo significative esperienze di ricerca nell’ambito delle installazioni video, oltre che in campo cinematografico e teatrale.

Ciao Paolo. "Il mnemonista" è un film molto particolare. Una sfida, in rapporto alla produzione italiana standard. Ci vuoi dire com’è nato?

4.jpg (9867 bytes)Dopo l’uscita di un nostro mediometraggio, "L’osservatore nucleare del Sig. Nanof" nel 1985, ci fu segnalato un testo di A. R. Lurija, un’edizione intitolata "Una memoria prodigiosa". Le sinestesie e i meccanismi mentali descritti si associavano agli itinerari che stavamo percorrendo allora con le installazioni video. Dopo vari tentativi di ricavarne una sceneggiatura, il progetto è affiorato più volte per fornire spunti al nostro lavoro, anche teatrale ("La camera astratta" nell’87). Di qui la necessità quasi fisiologica di esorcizzarlo una volta per tutte.

La tua opera offre immagini di grande cura formale. Credi che fornire suggestioni visive sia l’elemento specifico del cinema postmoderno?

3.jpg (12215 bytes)Indubbiamente il cinema deve possedere una sua visionarietà e una dimensione estetica pregnante dal punto di vista della ricerca. Non so se sia corretto definirlo un elemento postmoderno, è piuttosto una fase di transizione. Se dovessi ipotizzare una forma di racconto prossima a venire farei capo a un intreccio di analogie e sensazioni, anche al di là del vedere e sentire. A tal proposito, però, bisognerebbe fare un discorso a parte sul cinema italiano, che non è particolarmente attento a quest’orizzonte. Ciò che mi premeva maggiormente mentre progettavo il film era di superare la narrazione lineare in senso stretto, lasciare degli interstizi di senso sondabili dall’immaginazione dello spettatore. Un testo aperto, insomma. Per un pubblico partecipe e attivo.

Al tuo film è sottesa la metafora di una società e di un individuo bombardati da un flusso indistinto di messaggi e sollecitazioni visive, con il rischio di un collasso d’identità culturale. Quali criteri selettivi adotti, come artista e al tempo stesso come spettatore, per scegliere cosa vedere?

2.jpg (9512 bytes)Credo che viviamo in un contesto troppo affollato di sollecitazioni, troppo convulso dal punto di vista temporale e spaziale. Tutto ciò provoca un inevitabile indebolimento delle difese atte a filtrare la molteplicità degli stimoli visivi. Come sostengo nel libro "Ambienti sensibili", ci troviamo in una condizione di iperrealismo, pervasa da modelli che non appartengono alla nostra esperienza, ma sono mutuati da sistemi esterni. Così, la nostra realtà è compenetrata da una dimensione finzionale, virtuale. Questa dissociazione, a cui peraltro il cinema e ancor di più la televisione hanno contribuito, ci rende incapaci di distinguere tra il vero e il falso, di ritrovare il nostro percorso storico-culturale-affettivo. La conseguenza è la frammentazione interiore.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho sicuramente voglia di continuare l’avventura cinematografica, ma senz’ansia. È una mia scelta di vita quella di far parte di un soggetto creativo collettivo. E il percorso progettuale di Studio Azzurro è molto complesso, è fatto anche di altre discipline, come il teatro e le installazioni video. Per ora non avverto il bisogno di assumere il cinema come esigenza espressiva primaria.

Recentemente sei intervenuto a un convegno sull’autoproduzione svoltosi in occasione del MilanoFilmFestival. Quale consiglio ti sentiresti di dare a un aspirante filmaker?

1.jpg (13704 bytes)Non dovrebbe cedere alla tentazione di narrare la storia che ha letto sul giornale. Un film non rappresenta un’ipotetica realtà, ma è innanzitutto un’esperienza esistenziale, estetica, linguistica. Un mezzo per abbattere gli stereotipi e costruire metafore spiazzanti. Si è dimenticato che il cinema non è un business volto a compiacere il pubblico, ma è sempre stato un ambito sperimentale per immagini e racconti. Basti pensare, ad esempio, a Pasolini. Ma è venuto meno il coraggio. Manca una propensione alla ricerca – anche di un’identità precisa - che non viva di rendita nei confronti del neorealismo o della commedia all’italiana. Senza eccedere nello sperimentalismo, giacché non è più il momento degli avanguardismi esasperati degli anni Sessanta-Settanta. E senza dimenticare le radici: per esempio, il realismo magico e poetico che fa capo a Pasolini. Inoltre, gli spettatori sono più attivi ed intelligenti di quel che si è soliti credere. A Milano, a Roma e in altre città abbiamo avuto una risposta di pubblico molto soddisfacente. C’è chi ha ancora voglia di impegnarsi un po’, assumersi qualche responsabilità, vedere un film che non sia una semplice storiella ludica.

Il tuo film analizza le straordinarie capacità della memoria umana. Quale film non potresti mai dimenticare?

Più che un singolo film, un’intera categoria. Quella delle opere incompiute, contenenti una miriade d’idee e intuizioni intriganti. Penso in particolare a Orson Welles, al suo vagare nel cinema per frammenti, dopo aver realizzato alcuni capolavori compiuti.

Paola Daniela Orlandini


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