Anno VI - Numero 14 - Settembre  2000

I film del mese


MERCY

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Damian Harris
Fotografia: Manuel Teran
Scenografia: Paul Austerberry
Costumi: Lawren Scott
Musica: B.C. Smith
Montaggio: Stephen Fanfara
Prodotto da: Amedeo Ursini, Elie Samaha, Andrew Stevens
(USA, 1999)
Durata: 104’
Distribuzione cinematografica: Buena Vista

PERSONAGGI E INTERPRETI

Catherine Palmer: Elen Barkin
Bernardine Mello: Wendy Crewson
Vickie Kittrie: Peta Wilson
Mary: Karen Young
Dominick Broussard: Julian Sands
Meccanico: Stephen Baldwin

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Una serie di delitti impegnano una detective (Ellen Barkin). Le vittime sono tutte giovani donne. Seguendo una una ragazza amica di una vittima, la Barkin frequenta una serie di amanti, che si lasciano talvolta andare in giochi sadomaso. Attorno allo scambio di incontri tra queste donne, belle e ricche, sbuca uno psicologo (Julian Sands), aspirante gigolò per come commina le terapie alle sue pazienti; donne, naturalmente. La Barkin indaga ma non trova il bandolo della matassa, che appare come deus ex-machina senza alcuno preavviso nella sceneggiatura, che lo giustifichi, e che lo renda improvviso, ma atrocemente logico. Come vuole il thriller di serie A.

La trama di questo film è un concentrato di pseudo-psicologia e stralci di derivazione dal cinema horror come riferimenti goffi a Psyco o a b-movie di genere. Perché la storia di una detective, e del caso in cui indaga (una congrega di miliardiarie annoiate dedite al saffismo e al sesso sado-maso, quest'ultimo però solo con uomini) riuscirebbe complessa. E forse fascinosa. Se non ci fossero anche la relativa tentazione della protagonista per salotti e fanciulle simili alle lucide copertine di magazine di case di moda. Una girandola di personaggi sfumati e sfuggenti. Nel senso che la loro fugace presenza avrebbe una potenza drammaturgica se formassero tutti insieme un contesto ambiguo. E invece lasciano confondere, privi, del tutto della qualità primaria per un thriller, l’attrazione per il Male come per il Bene. Nel film di Harris, (figlio del grande Richard), si assiste ad una serie di messe in scena, dove l’invisibile presenza del graal nero, del negativo, del protagonista appare spalmata sul trucco di stonate ragazze e la più classica delle revenche freudiane è il perno della storia. Ogni immagine porta sotto di sé il peso di una pagina dello script ansante. Harris ha tuttavia una visione limpida, dovrebbe solo traslare nella celluloide soggetti più compiuti sul piano della narrazione.

Luigi Senise


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