Anno VI - Numero 14 - Settembre  2000

I film del mese


LAVAGNE
(TAKHTE SIAH)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Samira Makhmalbaf
Sceneggiatura: Mohsen Makhmalbaf, Samira Makhmalbaf
Fotografia: Ebrahim Ghafori
Musica: Mohamed Reza Darvishi
Montaggio: Mohsen Makhmalbaf
Prodotto da: Makhmalbaf Film House/Fabrica Cinema
(Iran, 2000)
Durata: 85’
Distribuzione cinematografica: Istituto Luce

PERSONAGGI E INTERPRETI

Said: Said Mohamadi
Halaleh: Behnaz Jafari
Reeboir: Bahman Ghodabi

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1.jpg (4029 bytes)L’autrice di quest’opera equilibrata capace con gran sorpresa di sedurre la critica a Cannes, è una giovane donna di appena 20 anni, figlia del grande regista Mohsen Makhmalbaf. Il film nasce e si sviluppa con una fluidità apparentemente guidata dal caso, innestata dalla separazione di un gruppo d’insegnanti che stentatamente portano in spalla le loro lavagne, e richiamano all’interesse evocazioni d’ampio respiro. Da qui in poi, la cinepresa seguirà il viaggio di due soltanto in quella mischia, incastrando i loro incontri in un’architettura distintamente metaforica.

E proprio il largo uso di metafore, che a molti a fatto storcere il naso, sembra personalmente adattarsi con inaspettata indipendenza ad un racconto spesso attraversato da tenui oscillazioni oniriche. Il senso traslato di alcuni episodi, allora, si esprime nella struttura dello svolgimento narrativo, piuttosto che determinarsi in una superflua ricerca intellettualistica. Ne è uno splendido esempio l’incontro di Said con un anziano contadino analfabeta, quando questi, afflitto, chiede di leggere una lettera del figlio in prigione al maestro che, essendo scritta in curdo, si abbandonerà al tentativo d’interpretarla. Una scelta stilistica assai elegante, per descrivere lo strazio di un popolo devastato sin anche dalle differenze linguistiche, così accentuate da separare un padre dal figlio.

La partecipazione esperta di Mohsen Makhmalbaf –e la sua influenza- si riflette limpida nelle suggestioni visive che il film invoca per disegnare un travagliato percorso e descrivere il paesaggio dell’Iran che viene invece pennellato con diversa raffinatezza e sobrietà da altri registi come Kiarostami, non solo per i motivi più ovvi. L’Iran di confine è un purgatorio annichilito dalla violenza che per anni si è scatenata sul suo suolo, pietroso, impoverito nella terra e nello spirito di chi la percorre, dove le lavagne non sono più strumenti di ruolo, ma al massimo lettighe e stenditoi in una vita tarata dalle leggi improprie della povertà, mentre i bambini separati dai padri, intrappolati nell’esercizio di un contrabbando suicida, divengono soltanto bersaglio per i cecchini di frontiera. Nessun alunno, nessun maestro.

Francesco Russo


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