Anno VI - Numero 14 - Settembre  2000

I film del mese


JESUS’ SON

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Alison McLean
Sceneggiatura: Elizabeth Cuthrell
Fotografia: Adam Kimmel
Scenografia: David Doernberg
Musica: Randall Poster
Montaggio: Stuart Levy
Prodotto da: Lydia Dean Pilcher
(USA, 1999)

Durata: 109’
Distribuzione cinematografica: Keyfilms

PERSONAGGI E INTERPRETI

Fuck Head: Billy Crudup
Michelle: Samantha Morton
Bill: Dennis Hopper
Mira: Holly Hunter
Wayne: Denis Leary

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Alison McLean, che si era fatta notare per "Crush", torna nelle sale con un lavoro d’interessanti aspirazioni. Tratto da una serie di racconti brevi dello scrittore Denis Johnson, ambientati nella sottocultura allucinogena degli anni '70, Jesus's son è la storia di un tossicodipendente alla ricerca di un riscatto. Tecnicamente, il film è definito: da un montaggio piuttosto uniforme, lievemente più serrato durante le frequenti visioni rivelatorie che disorientano l’esistenza del protagonista; da inquadrature lunghe, spesso fisse, e lenti movimenti di macchina, soprattutto nei disparati interni che sono teatro per gli eventi di maggior rilevanza. Si veda ad esempio la scena in cui FH (Fuck Head, l’unico nome a distinguere il personaggio principale) ed il suo compagno di lavoro si risvegliano dentro ad una macchina imbiancata dalla neve del primo mattino, che impreziosisce la sequenza con un filtro vitreo e opaco per la luce del sole, pervadendola di un irreale criterio.

La scelta di frammentare il racconto in cinque anni di vita e disperderne gli episodi, costringendo lo spettatore ad ellissi piuttosto confuse, sovrapponendo e rimescolando i tempi della narrazione, viene giustificata dalla voce fuoricampo del protagonista stesso, adeguando così le cadenze del film al carattere disorganico e ingenuo di FH. I comprimari più o meno importanti, alcuni circoscritti ad apparizioni brevi e casuali, rappresentano altrettanti ruoli di spicco in questa ideale geografia della vita che la regista è decisa a rappresentare: un rapporto con la propria essenza ispirato dalla manipolazione dei cinque sensi e dalle loro provocazioni. Sia esempio su tutti l’incontro fulmineo, senza presentazioni, e l’altrettanto rapida scomparsa di un grottesco individuo con indosso una giacca di pelle di serpente, ed un tatuaggio a forma di cuore disegnato sul petto. E proprio a questo punto, la struttura tematica del film sembra cedere nel tentativo di giustificare con un principio deterministico un comportamento astruso e passivo. Il processo capovolgente per cui FH, da una vita di negligenze inconsiderate, corrotta dagli stupefacenti, rintraccia la scintilla della redenzione, sembra forzato da una logica approssimativa e non adeguatamente dimostrata, e per di più indebolita da un atmosfera morbida ed improbabile.

Resta, ad ogni modo, l’interessante esercizio stilistico che riscopre l’assoluta neutralità del mezzo cinematografico nei momenti in cui riesce a far collimare vista e visione, a camminare su una corda tesa in uno spazio onirico, a trasformarsi nel micromondo che sottopone il consueto alle leggi capricciose dell’immaginario. Purtroppo il film, ambizioso e discontinuo, abbandona questo prolifico sentiero inciampando in un dogmatismo superfluo e a tratti irritante, tralasciando di curare alcune atroci mutilazioni narrative, e addormentandosi su di una soluzione abusata e bigotta.

Francesco Russo


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