Anno VI - Numero 15 - Ottobre  2000

I film del mese


TITAN A.E.

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Don Bluth, Gary Goldman
Sceneggiatura: Ben Edlund, John August, Joss Wheldon
Scenografia: Philip A. Cruden
Costumi: Kym Barret, Lois DeArmond
Musica: Graeme Revell
Montaggio: Fiona Trayler, Bob Bender
Prodotto da: David Kirschner, Gary Goldman, Don Bluth
(USA; 2000)
Durata: 90’

Distribuzione cinematografica: 20th Century Fox

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2.jpg (8898 bytes)L’anno è il 3028, la terra e tutta la sua civiltà stanno per scomparire, devastate da una razza aliena che sembra incontrastabile. Quindici anni dopo la tragedia, un gruppo di eroi, dispersi nelle colonie dello spazio, si riunisce per riportare alla vita la razza umana, il cui destino a venire è indissolubilmente legato al ritrovamento di una macchina, Il Titan A.E. Prevedibilmente, i paladini dovranno contrastare i reprobi Drej, gli stessi inseguitori che tempo addietro hanno determinato l’estinzione dell’umanità.

1.jpg (11177 bytes)E’ evidente che la trama non riveli alcun azzardo del soggetto, visto che ripercorrendo quel sentiero, da "Guerre Stellari" giunto sino a ad infiniti episodi sorteggiabili tra la cultura Manga e alcune popolari serie televisive (quali "Galactica"), sporge una fiaba sofferente di uno sfibrante abuso. Questo, se supportato da un astrattivo sforzo di volontà nella realizzazione, potrebbe anche essere un’ostacolo raggirabile. D’altronde, lo stesso "Guerre Stellari" non ci proponeva una storia in grado di risplendere per originalità, ma il talento visivo di George Lucas e dei suoi collaboratori si sottopose ad un attenzione inappuntabile nel progetto dello scheletro narrarivo. A tal punto arricchì una trama così esile col dono della verosimiglianza, da inaugurare un classico che da 23 anni viene rispettato come ogni termine di paragone. Godard ci disse, a ragione, che col cinema bisogna imparare a giocare. Titan A.E. non vi riesce con altrattanta efficacia: la storia si arresta nella forma banale e arida del racconto riciclato, e l’attenzione di un pubblico può venir giustificata unicamente dall’uso parossistico e tronfio della computer-grafica, i cui straordinari risultati sembrano essere l’unico, inoscurabile obiettivo (e traguardo) del film. Persino le icariane evoluzioni dell’astronave, attivate con pretesti non proprio invisibili, innervosicono per la loro monotonia, malgrado l’accattivante veste del disegno digitale. Deludente, viste le aspettative.

Francesco Russo


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