:
Columbia TriStar
PERSONAGGI E INTERPRETI
Sebastian Caine: Kevin Bacon
Linda McKay: Elizabeth Shue
Matthew Kensington: Josh Brolin
Sarah Kennedy: Kim Dickens
Janice Walton: Mary Randle
Carter Abbie: Greg Grunberg


Sebastian
Caine è un geniale scienziato che dirige una ricerca segreta sull’invisibilità
per conto del governo statunitense: quando s’accorge che il siero da
lui preparato funziona sugli animali, disobbedisce agli ordini del
Pentagono ed adopera se stesso come prima cavia umana. L’esperimento
funziona, ma la reversibilità del procedimento si rivela problematica:
mentre i colleghi del suo staff lavorano alla messa a punto d’un
antidoto, egli - mosso da una latente megalomania - perde il controllo
delle proprie azioni ed inizia a maturare propositi omicidi...
Il
tema dell’invisibilità, al cinema, non è nuovo: basti ricordare il
classico "L’uomo invisibile" (1933) di James
Whale, superbo adattamento per immagini dell’omonimo romanzo di
H. G. Wells, interpretato da un grande
Claude Rains. Neppure risulta inedita la problematica dell’uomo di
scienza che, mettendosi a rischio in prima persona nella sperimentazione
di pericolosi composti chimici, finisce per scatenare le sonnecchianti
furie dell’Es: si pensi solo allo stevensoniano Jekylll ed alle sue
tante versioni schermiche.
Non è certo, quindi, l’originalità il tratto distintivo di questo
"The hollow man" (il titolo è
una citazione della poesia di T. S. Eliot), ennesima sortita nei
territori della science fiction del veterano Paul
Verhoeven: ciò detto, il film ha -
malgrado l’alto budget e gli strepitosi effetti speciali dell’Imageworks
della Sony Pictures - un’aria da vecchio b-movie d’annata che lo
rende accattivante, in un’epoca di prodotti
intercambiabili.
Dopo un incipit quasi da commedia, la pellicola si sposta via via su
toni sempre più dark fino ad una parte finale al cardiopalmo, ove la
successione di morti violente assume quasi connotazioni gore: ed è un peccato
che il risultato globale sia parzialmente inficiato da una lunga zona
centrale in cui l’azione ristagna e la suspence latita, per
ripartire soltanto quando l’attenzione dello spettatore già
languisce.
Il
cast appare funzionale agli scopi della regia: la Shue
disegna con abilità le apprensioni ed i palpiti d’un personaggio
sospeso tra forza e fragilità, mentre Bacon
si destreggia da par suo, con una bravura commendevole quanto più
gravata da un ricorso al make-up già entrato nella leggenda.