Anno VI - Numero 16 - Novembre 2000

I film del mese


KIPPUR

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Amos Gitai
Sceneggiatura: Amos Gitai e Marie-José Sanselme
Fotografia: Renato Berta
Scenografia: Miguel Markin
Costumi: Laura Dinulesco
Montaggio: Monica Coleman
Musica: Jan Garbarek
Prodotto da: Laurent Truchot, Shuki Friedman
(Italia, Israele, 2000)
Durata: 120'
Distribuzione cinematografica: Medusa

PERSONAGGI E INTERPRETI

Weinraub: Liron Levo
Rousso: Tomer Ruso
Medico: Uri Ran Klauzner
Pilota: Yoram Hattab

«Chi si ostina a continuare la guerra, dovrebbe prima vedere il mio film, sono sicuro che si ricomincerebbe a discutere di pace ». Così parla Amos Gitai del suo nuovo film Kippur, tutto incentrato sull’attacco che Israele subì nel 1973 da parte di Egitto e Siria. La guerra si concluse dopo sei giorni di scontri sanguinosi, il nuovo stato era salvo, ma le ferite per entrambi gli schieramenti erano profonde. Da quel lontano 1973 alcune cose sono cambiate e il cammino della pace è avanzato anche se c’è ancora molta strada da compiere. Forse Amos Gitai pensava che la meta fosse più vicina, quando ha realizzato Kippur, che esce nelle sale italiane in un momento molto particolare per Israele e tutto il Medioriente. Il film, tratto dall’esperienza autobiografica del cineasta israeliano, racconta la storia di Weinraub e del suo amico Rousso che cercano di riunirsi alla loro unità appena ascoltata per radio la notizia della guerra, fallendo ogni tentativo, decidono di  prestare servizio in una di pronto soccorso. Così per tutta la giornata non fanno altro che caricare feriti dal fronte e trasportarli presso l’ospedale e tornare di nuovo sui luoghi degli scontri. La lotta che i protagonisti del film ingaggiano non è con i soldati dell’altro schieramento, ma con la fatica, la paura di morire e il timore di perdere la concentrazione. 

Il film che Amos Gitai ha girato è una pellicola  dura come un pugno nello stomaco, dove non ci sono spazi per dialoghi elaborati (in guerra si pensa alla pelle, non alla dialettica, suggerisce il regista), per azioni spettacolari, per effetti speciali (sono sufficienti le immagini delle ferite e il rumore dei cannoni in lontananza). E la scena del salvataggio di un ferito che giace in una pozza di fango, dove la cinepresa insiste sullo sforzo, sulla goffaggine dei militari, sulle loro ricadute senza riuscire a combinare niente di buono, è toccante e  inquietante allo stesso tempo. Non si può fare a meno di scrivere che anche in questo film Gitai non abbandona la consueta lungaggine che lo contraddistingue ed in una pellicola di guerra tutto ciò si nota e pesa come un macigno sullo spettatore. Eppure il film ha una bellezza tutta particolare, una forza interiore molto intensa e uno stile documentaristico che penetra nella mente dello spettatore.

Irene Fornari


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