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KIPPUR
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia:
Amos Gitai
Sceneggiatura:
Amos Gitai e
Marie-José Sanselme
Fotografia:
Renato Berta
Scenografia:
Miguel Markin
Costumi:
Laura Dinulesco
Montaggio:
Monica Coleman
Musica:
Jan Garbarek
Prodotto da:
Laurent Truchot,
Shuki Friedman
(Italia, Israele, 2000)
Durata:
120'
Distribuzione
cinematografica: Medusa
PERSONAGGI E INTERPRETI
Weinraub: Liron Levo
Rousso: Tomer Ruso
Medico: Uri Ran Klauzner
Pilota: Yoram Hattab
 
«Chi
si ostina a continuare la guerra, dovrebbe prima vedere il mio film,
sono sicuro che si ricomincerebbe a discutere di pace ». Così parla Amos
Gitai del suo nuovo
film Kippur, tutto incentrato sull’attacco che Israele subì
nel 1973 da parte di Egitto e Siria. La guerra si concluse dopo sei
giorni di scontri sanguinosi, il nuovo stato era salvo, ma le ferite per
entrambi gli schieramenti erano profonde. Da quel lontano 1973 alcune
cose sono cambiate e il cammino della pace è avanzato anche se c’è
ancora molta strada da compiere. Forse Amos Gitai pensava che la meta
fosse più vicina, quando ha realizzato Kippur, che esce
nelle sale italiane in un momento molto particolare per Israele e tutto
il Medioriente. Il film, tratto dall’esperienza autobiografica del
cineasta israeliano, racconta la storia di Weinraub e del suo amico
Rousso che cercano di riunirsi alla loro unità appena ascoltata per
radio la notizia della guerra, fallendo ogni tentativo, decidono
di prestare servizio in una di pronto soccorso. Così per tutta la
giornata non fanno altro che caricare feriti dal fronte e trasportarli
presso l’ospedale e tornare di nuovo sui luoghi degli scontri. La
lotta che i protagonisti del film ingaggiano non è con i soldati dell’altro
schieramento, ma con la fatica, la paura di morire e il timore di
perdere la concentrazione.
Il
film che Amos Gitai ha girato è una
pellicola dura come un pugno nello stomaco,
dove non ci sono spazi per dialoghi elaborati (in guerra si pensa alla
pelle, non alla dialettica, suggerisce il regista), per azioni
spettacolari, per effetti speciali (sono sufficienti le immagini delle
ferite e il rumore dei cannoni in lontananza). E la scena del
salvataggio di un ferito che giace in una pozza di fango, dove la
cinepresa insiste sullo sforzo, sulla goffaggine dei militari, sulle
loro ricadute senza riuscire a combinare niente di buono, è toccante
e inquietante allo stesso tempo. Non si può fare a meno di
scrivere che anche in questo film Gitai
non abbandona la consueta lungaggine
che lo contraddistingue ed in una pellicola di guerra tutto
ciò si nota e pesa come un macigno sullo spettatore.
Eppure il film ha una bellezza tutta particolare, una forza interiore
molto intensa e uno stile documentaristico che penetra nella mente dello
spettatore.
Irene
Fornari
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