: Medusa
Distribuzione
PERSONAGGI E INTERPRETI
Adam Verver: Nick Nolte
Maggie Verver: Kate Beckinsale
Fanny Assingham: Anjelica Huston
Principe Amerigo: Jeremy Northam
Charlotte Stant: Uma Thurman



Portando
sullo schermo un lavoro letterario tra i più rilevanti del primo ‘900,
Ivory torna ad Henry James con la sua mano,
per vizio, meticolosa ed enfatica. "La Coppa d’Oro",
specchio dentro lo specchio di metafore articolate e significazioni
appena percettibili, racconta due matrimoni: il primo tra un principe
italiano decaduto e la figlia di un ricco collezionista, il secondo tra
quest’ultimo ed una ex-amante del principe, come lui in povertà. La
passione tra i due amanti, vuoi anche e soprattutto per l’isolamento
in cui li coarta l’intaccabile legame tra il padre e la figlia,
tornerà ad accendersi.
Al
solito, l’abilità di Ivory si tempera nell’esposizione
estetica, nella rappresentazione pura di principi
inspiegabili e protetti dall’intimità, vale a dire l’esplorazione
di un mondo interiore che respinge ed esclude il suo simmetrico (la
simmetria d’altronde, per amore e rispetto di James, sarà un
leitmotiv nel percorso sabbioso del film). Troveremo, allora, i canoni
espressivi a cui il nostro ci ha abituati: lunghi ed esplorativi primi
piani, esterni che si giustificano quali ponti tra un interno e l’altro,
uomini e dialoghi soffocati in strettissime inquadrature, rinuncia ad un
contesto visibile (l’America infatti, è raccontata soltanto da
filmati di repertorio risalenti all’epoca). Altre volte avremmo
ritenuto questi meccanismi piuttosto leziosi, ma in questo caso, eppure,
la sontuosa cornice allestita da Ivory penetra
la tela del racconto con convincente efficacia. Lungo tutta
la durata del film, la metafora si espone e ritrae nei corpi dei
personaggi, pari ad un’ombra svelata da un lampo improvviso:
molteplice, inafferabile e mutevole com’è nella tradizione jamesiana,
ingannevole e contraria come il viso di Giano, la metafora, così come
la coppa d’oro, è un ricettacolo di simboli e trasparenze.
Significativo, anche, come nella stessa cornice il film riesca ad
armonizzare quelle simmetrie flesse e infrante da differenze che le
crepe pongono in risalto, sconvolte dall’impatto di tradizioni
dissonanti che vanno ad arenarsi, per alcuni, nella rassegnazione.
Ivory
ha sempre tentato un equilibrio di forze tra le sue pulsioni americane e
britanniche, a volte cercando il respiro nelle vertigini del tempo,
dominato da un’ossessione. Una strada che altro non avrebbe potuto
fare se non avvicinarlo ancora ad Henry James. Il film, rispettoso del
romanzo, filtra sottilmente l’inevitabile distacco tra collezionisti e
oggetti (uomini) da collezione, entrambi disorientati dagli spettri che
ancora separano due inconciliabili identità culturali.