Anno VI - Numero 16 - Novembre 2000

I film del mese


THE GOLDEN BOWL

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: James Ivory
Sceneggiatura
: Ruth Prower Jhabvala, tratto dall'omonimo romanzo di Henry James
Fotografia
: Tony Pierce Roberts
Scenografia
: Andrew Sanders
Costumi
: John Bright
Musica
: Richard Robbins
Montaggio
: John David Allen
Prodotto da
: Ismail Merchant, Paul Bradley, Richard Hawley
(Gran Bretagna; 2000)

Durata
: 130 ‘
Distribuzione cinematografica
: Medusa Distribuzione

PERSONAGGI E INTERPRETI

Adam Verver: Nick Nolte
Maggie Verver: Kate Beckinsale
Fanny Assingham: Anjelica Huston
Principe Amerigo: Jeremy Northam
Charlotte Stant: Uma Thurman

Portando sullo schermo un lavoro letterario tra i più rilevanti del primo ‘900, Ivory torna ad Henry James con la sua mano, per vizio, meticolosa ed enfatica. "La Coppa d’Oro", specchio dentro lo specchio di metafore articolate e significazioni appena percettibili, racconta due matrimoni: il primo tra un principe italiano decaduto e la figlia di un ricco collezionista, il secondo tra quest’ultimo ed una ex-amante del principe, come lui in povertà. La passione tra i due amanti, vuoi anche e soprattutto per l’isolamento in cui li coarta l’intaccabile legame tra il padre e la figlia, tornerà ad accendersi. 

Al solito, l’abilità di Ivory si tempera nell’esposizione estetica, nella rappresentazione pura di principi inspiegabili e protetti dall’intimità, vale a dire l’esplorazione di un mondo interiore che respinge ed esclude il suo simmetrico (la simmetria d’altronde, per amore e rispetto di James, sarà un leitmotiv nel percorso sabbioso del film). Troveremo, allora, i canoni espressivi a cui il nostro ci ha abituati: lunghi ed esplorativi primi piani, esterni che si giustificano quali ponti tra un interno e l’altro, uomini e dialoghi soffocati in strettissime inquadrature, rinuncia ad un contesto visibile (l’America infatti, è raccontata soltanto da filmati di repertorio risalenti all’epoca). Altre volte avremmo ritenuto questi meccanismi piuttosto leziosi, ma in questo caso, eppure, la sontuosa cornice allestita da Ivory penetra la tela del racconto con convincente efficacia. Lungo tutta la durata del film, la metafora si espone e ritrae nei corpi dei personaggi, pari ad un’ombra svelata da un lampo improvviso: molteplice, inafferabile e mutevole com’è nella tradizione jamesiana, ingannevole e contraria come il viso di Giano, la metafora, così come la coppa d’oro, è un ricettacolo di simboli e trasparenze. Significativo, anche, come nella stessa cornice il film riesca ad armonizzare quelle simmetrie flesse e infrante da differenze che le crepe pongono in risalto, sconvolte dall’impatto di tradizioni dissonanti che vanno ad arenarsi, per alcuni, nella rassegnazione.

Ivory ha sempre tentato un equilibrio di forze tra le sue pulsioni americane e britanniche, a volte cercando il respiro nelle vertigini del tempo, dominato da un’ossessione. Una strada che altro non avrebbe potuto fare se non avvicinarlo ancora ad Henry James. Il film, rispettoso del romanzo, filtra sottilmente l’inevitabile distacco tra collezionisti e oggetti (uomini) da collezione, entrambi disorientati dagli spettri che ancora separano due inconciliabili identità culturali.

Francesco Russo


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