Anno VI - Numero 16 - Novembre 2000

I film del mese


I’VE SEEN IT ALL
Dancer in the dark, la cecità è il cinema del futuro

L’avevamo visto e previsto, nella magnificenza della Costa Azzurra, laddove risplendeva di premi. Torna in versione domestica, ma è sempre il cinema del futuro. La nave di Von Trier approda con suprema lentezza, e lascia attonito lo spettatore. Un meccanismo perfetto e truffaldino, che usa con spietata sapienza le appuntite armi della cinematografia. Rifiutare, o essere stritolati. Non c’è chi si salvi, una volta varcata la porta di una storia che affonda truculenta nella carne, come una vite piantata progressivamente da una mano sadica. Condannato all’eterna dannazione, l’Elucubrato Danese. Per uso scorretto del musical, genere lasciato esplodere fino a diventare l’involucro sognato di un paesaggio irreale, l’America ricostruita in Svezia, a metà tra la landa di Oz e la valle di Brigadoon. Condannato per degradazione degli attori, la Deneuve operaia con volto da testimonial di crema antirughe e la Björk con spessi occhiali a storpiare i misteriosi tratti lapponi del volto. Condannato per irrispettoso rispetto del Dogma, esploso anch’esso in lunghi movimenti di macchina, in avvolgenti cabrate alla Stanley Donen, devoto nell’imperfezione delle voci naturali, o dell’illuminazione non artefatta. Condannato infine per aver inventato il cinema del futuro con il cinema del passato, una ronde ophulsiana di estremi che si toccano girata tutta in digitale con inaudita perfezione. Non passa solo un film, davanti agli occhi dello spettatore. Ma un cine-saggio sui mezzi dell’espressione, sull’ancora parzialmente inesplorato potere che il melodramma esercita sull’animo umano, sull’esatto confine tra veridicità dei sentimenti e riscrittura in gradazioni successive che la macchina da presa (la telecamera, pardon) opera sull’esistente. Un pamphlet, appassionato persino, sull’ingiusta giustizia. Dancer in the dark è per il suo fattore un momento di arrivo. Non più solo vezzo estetico, non unicamente teatro della crudeltà. Ma preconizzazione di uno spettacolo che ancora non esiste, e che abbiamo già visto per intero. Ho già visto tutto, fa cantare Björk alla sua Selma prima di farla sprofondare nella cecità più assoluta. Sono libero, e sto aspettando che mi seguiate, cantava Tommy risanato. Questa sfuggente sirena nordica, aliena nelle fattezze, compie il percorso inverso, dalla luce al buio. Ma in questo iter doloroso c’è un punto di partenza. Fuori dalla metafora sacrificale e dalle sanguinolente ferite del film, Selma è Cassandra, più che vittima. Profetessa dell’immagine digitale, futuribile quanto nutrita di classicità. Da sempre Von Trier si nutre della storia del cinema per fare il suo cinema. Oggi ci insegna che è possibile rimanere in un contrasto temporale, senza esserne stritolati.

Riccardo Ventrella

Indice Speciale Dancer in the dark


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