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I’VE SEEN IT ALL
Dancer in the dark, la cecità è il cinema del futuro
L’avevamo
visto e previsto, nella magnificenza della Costa Azzurra, laddove
risplendeva di premi. Torna in versione domestica, ma è sempre il
cinema del futuro. La nave di Von Trier approda con suprema lentezza, e
lascia attonito lo spettatore. Un meccanismo perfetto e truffaldino, che
usa con spietata sapienza le appuntite armi della cinematografia.
Rifiutare, o essere stritolati. Non c’è chi si salvi, una volta
varcata la porta di una storia che affonda truculenta nella carne, come
una vite piantata progressivamente da una mano sadica. Condannato all’eterna
dannazione, l’Elucubrato Danese. Per uso scorretto del musical, genere
lasciato esplodere fino a diventare l’involucro sognato di un
paesaggio irreale, l’America ricostruita in Svezia, a metà tra la
landa di Oz e la valle di Brigadoon. Condannato
per degradazione degli attori, la Deneuve operaia con volto
da testimonial di crema antirughe e la Björk con spessi occhiali a
storpiare i misteriosi tratti lapponi del volto. Condannato
per irrispettoso rispetto del Dogma, esploso anch’esso in
lunghi movimenti di macchina, in avvolgenti cabrate alla Stanley Donen,
devoto nell’imperfezione delle voci naturali, o dell’illuminazione
non artefatta. Condannato infine per aver
inventato il cinema del futuro con il cinema del passato, una
ronde ophulsiana di estremi che si toccano girata tutta in digitale con
inaudita perfezione. Non passa solo un film, davanti agli occhi dello
spettatore. Ma
un cine-saggio sui mezzi dell’espressione,
sull’ancora parzialmente inesplorato potere che il melodramma esercita
sull’animo umano, sull’esatto confine tra veridicità dei
sentimenti e riscrittura in gradazioni successive che la macchina da
presa (la telecamera, pardon) opera sull’esistente. Un
pamphlet, appassionato persino, sull’ingiusta giustizia. Dancer in
the dark è per il suo fattore un momento di arrivo. Non più solo
vezzo estetico, non unicamente teatro della crudeltà. Ma
preconizzazione di uno spettacolo che ancora non esiste, e che abbiamo
già visto per intero. Ho già visto tutto, fa cantare Björk alla sua
Selma prima di farla sprofondare nella cecità più assoluta. Sono
libero, e sto aspettando che mi seguiate, cantava Tommy risanato. Questa
sfuggente sirena nordica, aliena nelle fattezze, compie il percorso
inverso, dalla luce al buio. Ma in questo iter doloroso c’è un punto
di partenza. Fuori dalla metafora sacrificale e dalle sanguinolente
ferite del film, Selma è Cassandra, più che vittima. Profetessa dell’immagine
digitale, futuribile quanto nutrita di classicità. Da
sempre Von Trier si nutre della storia del cinema per fare il suo cinema.
Oggi ci insegna che è possibile rimanere in un contrasto
temporale, senza esserne stritolati.
Riccardo
Ventrella
Indice Speciale
Dancer in the dark
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