L’eclissarsi
dell’età d’oro di Hollywood ne celebrò un solenne funerale. Moriva
il musical, il cinema dei sogni per eccellenza, sotto la scure della
modernità filmica. Non più tip-tap o cictucic, non più Fred
Astaire o Gene Kelly, non più spazi fantastici aperti da un
pentagramma. Ma the song remains the same, e la musica è dura a
finire. Non poterono farne a meno le immagini. Malinconicamente, ne Les
parapluies de Cherbourg, che Lars Von Trier deve aver in qualche
modo rubato a Jacques Demy (e non solo per la Deneuve). Con rustica
allegria, quando in Italia Gianni Morandi corteggiava Laura Efrikian e
Al Bano Carrisi volteggiava nel sole. Prima che il testimone passasse al
rock. Che Pennebaker scrivesse la leggenda di Jimi Hendrix, che Gesù
diventasse una superstar, che Tommy si facesse profeta del flipper e Bob
Geldof vate di un totalitarismo hardpop. Colpi di coda del bisogno di
immaginare mondi che non esistono, sublimato poi nell’estetica del
videoclip, che dava allo stesso momento postuma ragione a Sergei
Ejzenstejn e Vincente Minnelli. Perché solo vedere, quando si può
sobbalzare piacevolmente sulla poltroncina? E il musical si è preso
rivincite sottili, ma sempre più sostanziali. Nell’era di quelli che
volevano essere famosi, da Footloose a Flashdance, o di
chi ha fatto della musica il racconto di un epoca o di un modo di essere
(Singles). Ora, che la visione è onnivora e rielabora tutto in
un solo flusso lanciato nell’avvenire, abbiamo un nuovo profeta del
musical, quel Baz Luhrmann che partendo da Strictly Ballroom ha
confezionato uno Shakespeare prevalentemente musicale; e sta per mettere
in scena uno spettacolare Moulin Rouge, con la coppia
Kidman-McGregor. Ora, Lars Von Trier ci guida attraverso la Porta del
Regno, verso un cinema senza. Senza pellicola, forse, ma non senza
cinema. Perché è il cinema, ovvero il musical, la Porta del Regno.
Riccardo
Ventrella
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Speciale Dancer in the dark