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DANCER
IN THE DARK
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia : Lars von Trier
Sceneggiatura: Lars von Trier
Fotografia: Robby Muller
Scenografia: Karl Juliussen
Costumi: Manon Rasmusen
Musica: Bjork
Montaggio: Molly M. Stensgaard,
François Gedigier
Prodotto da: Vibeke Windelov, Peter
A. Jensen, Marianne Slot, Lars Jonsson
(Danimarca, 2000)
Durata: 140'
Distribuzione cinematografica:
Istituto Luce
PERSONAGGI E INTERPRETI
Selma: Bjork
Kathy: Catherine Deneuve
Jeff: Peter Stormare
Bill: David Morse
   
Selma
è un’operaia cecoslovacca emigrata in America, una ragazza madre che
lavora in una fabbrica ed evade dalla realtà immergendosi nelle visioni
che la sua antica passione per il musical le suggerisce. Ella è pure
portatrice d’un doloroso segreto: sta perdendo la vista, ed il suo
figliolo Gene è destinato a subire un’eguale sorte se lei non
riuscirà a riunire una somma di danaro sufficiente per farlo operare.
Tutto pare mettersi per il meglio, quando un vicino di casa sull’orlo
del fallimento le sottrae i risparmi, fingendo d’esser egli il
derubato...
Raccontata
così, pare la trama d’un melodramma, e certamente "Dancer in the
dark" - ultima opera del discusso Lars von Trier, pluripremiata a
Cannes - è anche questo: ma tale definizione risulta, inevitabilmente,
riduttiva nel caso in questione. Tirandosi fuori per una
volta dalle asfittiche regole del
Dogma, il cineasta danese si confronta stavolta col più atipico ed
obsoleto dei generi, il musical, che qui rivive in una mirabile varietà
di stili: il pulsare delle macchine in fabbrica fornisce il pretesto per
un numero alla Bob Fosse, un treno che attraversa la campagna ci riporta
alla memoria "Sette spose per sette fratelli" e "Tutti
insieme appassionatamente" (quest’ultimo, citato esplicitamente
nello spettacolo che il teatrino del paese sta allestendo, "The
sound of music"), le deposizioni accolte da brusii durante il
processo fan pensare a "Gli uomini preferiscono le bionde", la
presenza stessa della Deneuve richiama i parapioggia e le fanciulle di
Demy. Adoperando le sequenze danzate come
immaginifici segni d’interpunzione tra le concitate fasi della
vicenda, von Trier spinge lo spettatore ad abbassar le difese nei
confronti dell’incalzare degli eventi, ad identificarsi
totalmente nel travagliato iter di Selma: il cui percorso è - come per
la Bess de "Le onde del destino" - larvatamente cristologico,
stavolta però nel segno d’una laicità che non conosce riscatti o
sollievi spiritualistici di sorta. Diversamente dalla Cecilia de
"La rosa purpurea del Cairo", Selma sa che presto non avrà
più neanche gli occhi per guardare sogni di celluloide: è per questo
che adopera la propria mente come stanza dei giochi, ma l’orribilità
del reale neppure questo le lascia, forzandola all’omicidio prima - in
una sequenza che, per intensità e crudezza, supera ogni confronto,
financo lo si faccia con "Il sipario strappato" di Hitchcock o
"Quinto non ammazzare" di Kieslowski - alla disperazione del
silenzio poi (ed è quasi insostenibile la scena in cui, chiusa in
cella, ella non riesce a trovar alcun rumore che aiuti la sua fantasia,
obbligandola a solamente cantare, con infinito strazio).
Film
metacinematografico per eccellenza, ove la settima arte riflette su se
stessa senza trovar risposte, "Dancer in the dark"
poteva impigliarsi nelle trappole dell’intellettualismo, finir nelle
secche del didascalico, infilarsi nel cul de sac d’una maestria
tecnica autoreferenziale: non è andata così, per nostra fortuna. Dopo
quasi due ore e mezza di proiezione, s’esce di sala svuotati, come se
la vita che è scorsa e s’è spenta sotto i nostri sguardi fosse vera,
in qualche modo ci appartenesse. Il miracolo del cinema, quello grande,
s’è di nuovo compiuto e Selma, alla fine, penzola appesa per il collo
solo in quei fotogrammi lì, quelli reali: altrove sta ballando serena,
il mondo intorno a lei luccica dei colori dell’arcobaleno, ogni cosa
sembra sorriderle. Altrove. Chissà, forse a Disneyland, o nell’isola
che non c’è.
Francesco
Troiano
Indice
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