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LA
CASA DELLA GIOIA
(THE HOUSE OF MIRTH)
CAST TECNICO ARTISTICO
Sceneggiatura e Regia:
Terence Davies
Fotografia:
Remi Adefarasin
Scenografia:
Don Taylor
Costumi:
Monica Howe
Musica:
Adrian Johnston
Montaggio:
Michael Parker
Prodotto da:
Olivia Stewart
(UK, 2000)
Durata:
135'
Distribuzione
cinematografica: Bim
PERSONAGGI E INTERPRETI
Lily Bart: Gillian Anderson
Lawrence Selden: Eric Stoltz
Gus Trenor: Dan Aykroyd
Bertha Dorset: Laura Linney
George Dorset: Terry Kinney
Carry Fisher: Elisabeth McGovern

"La casa della gioia" è il
ritratto fedele e spietato della società alto-borghese dei primi del
Novecento. Una società che, ossessionata dalla "forma" in
maniera maniacale, si dedica alla distruzione morale e psicologica di
chi non risponde a certi requisiti. Come Lily Bart, affetta da
un'imperdonabile malattia sociale, la povertà. Giovane, bella ed
intraprendente, Lily aspira ad una matrimonio che possa darle quello che
la sua nascita non le ha concesso, consapevole che la ricchezza è
l'unica possibilità di sopravvivere in un mondo di meschinità, di
opportunismo e corruzione morale. Ma il suo cuore cede al fascino di un
avvocato, Lawrence Selden, il suo ideale di amore, come lei privo di
denaro. Intrappolata in una rete di tradimenti, pregiudizi ed
incomprensioni Lily precipita senza rendersene conto in un abisso
inesorabile, combattuta fra un amore cui non può cedere, l'ipocrisia di
un contesto che non l'accetta, la volgarità di uomini che vorrebbero
comprare le sue grazie e soprattutto il desiderio di salvare almeno la
sua anima da tante bassezze.
Tratto dal romanzo omonimo di Edith
Warthon (L"età dell'innocenza") la storia è la
parabola discendente di una donna e di un amore in un luogo e in uno
spazio precisi. Ma si tratta di indicazioni puramente formali perché
quella di Lily è anche una storia senza tempo, sprofondata in
un'oscurità che la fotografia esaspera dall'inizio alla fine con un
gioco di chiari e scuri. Il passaggio dalla luce alle tenebre, secondo
un tragitto solitamente inverso, evidenzia la fragilità delle superfici
perfette rappresentate dai personaggi che Lily incontra di volta in
volta, e dalla misteriosa oscurità che essi celano. Tutto ruota attorno
all'eroina di "X Files", perfetta esteticamente, per i suoi
lineamenti gentili che richiamano i ritratti dell'epoca, ma anche troppo
leziosa ed impreparata di fronte alla tempesta interiore che la
travolge.
A tre anni dalla sua ultima prova
("Serenata alla luna" del 1995), Terence
Davies si cimenta con un romanzo in costume che, secondo le sue parole,
lo ha folgorato. Ma questa volta l'autore che il Festival di
Cannes del 1988 ha osannato (in quell'anno il suo "Voci lontane…sempre
presenti" riceve ben diciassette premi) rimane indietro.
Sembra tutto bloccato, nei corpetti dei costumi sontuosi, nei broccati
delle tende, nei gesti sempre troppo contenuti. Il
ritmo è quello di un'opera teatrale ripresa per un'edizione televisiva,
ma senza alcuna emozione.
Elisabetta
Marino
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