Anno VI - Numero 16 - Novembre 2000

I film del mese


LA CASA DELLA GIOIA
(THE HOUSE OF MIRTH)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Terence Davies
Fotografia: Remi Adefarasin
Scenografia: Don Taylor
Costumi: Monica Howe
Musica: Adrian Johnston
Montaggio: Michael Parker
Prodotto da: Olivia Stewart
(UK, 2000)
Durata: 135'
Distribuzione cinematografica: Bim

PERSONAGGI E INTERPRETI

Lily Bart: Gillian Anderson
Lawrence Selden: Eric Stoltz
Gus Trenor: Dan Aykroyd
Bertha Dorset: Laura Linney
George Dorset: Terry Kinney
Carry Fisher: Elisabeth McGovern

"La casa della gioia" è il ritratto fedele e spietato della società alto-borghese dei primi del Novecento. Una società che, ossessionata dalla "forma" in maniera maniacale, si dedica alla distruzione morale e psicologica di chi non risponde a certi requisiti. Come Lily Bart, affetta da un'imperdonabile malattia sociale, la povertà. Giovane, bella ed intraprendente, Lily aspira ad una matrimonio che possa darle quello che la sua nascita non le ha concesso, consapevole che la ricchezza è l'unica possibilità di sopravvivere in un mondo di meschinità, di opportunismo e corruzione morale. Ma il suo cuore cede al fascino di un avvocato, Lawrence Selden, il suo ideale di amore, come lei privo di denaro. Intrappolata in una rete di tradimenti, pregiudizi ed incomprensioni Lily precipita senza rendersene conto in un abisso inesorabile, combattuta fra un amore cui non può cedere, l'ipocrisia di un contesto che non l'accetta, la volgarità di uomini che vorrebbero comprare le sue grazie e soprattutto il desiderio di salvare almeno la sua anima da tante bassezze.

Tratto dal romanzo omonimo di Edith Warthon (L"età dell'innocenza") la storia è la parabola discendente di una donna e di un amore in un luogo e in uno spazio precisi. Ma si tratta di indicazioni puramente formali perché quella di Lily è anche una storia senza tempo, sprofondata in un'oscurità che la fotografia esaspera dall'inizio alla fine con un gioco di chiari e scuri. Il passaggio dalla luce alle tenebre, secondo un tragitto solitamente inverso, evidenzia la fragilità delle superfici perfette rappresentate dai personaggi che Lily incontra di volta in volta, e dalla misteriosa oscurità che essi celano. Tutto ruota attorno all'eroina di "X Files", perfetta esteticamente, per i suoi lineamenti gentili che richiamano i ritratti dell'epoca, ma anche troppo leziosa ed impreparata di fronte alla tempesta interiore che la travolge.

A tre anni dalla sua ultima prova ("Serenata alla luna" del 1995), Terence Davies si cimenta con un romanzo in costume che, secondo le sue parole, lo ha folgorato. Ma questa volta l'autore che il Festival di Cannes del 1988 ha osannato (in quell'anno il suo "Voci lontane…sempre presenti" riceve ben diciassette premi) rimane indietro.
Sembra tutto bloccato, nei corpetti dei costumi sontuosi, nei broccati delle tende, nei gesti sempre troppo contenuti. Il ritmo è quello di un'opera teatrale ripresa per un'edizione televisiva, ma senza alcuna emozione.

Elisabetta Marino


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