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Keyfilms
PERSONAGGI E INTERPRETI
Yamamoto: Beat Takeshi (Takeshi Kitano)
Denny: Omar Epps
Ken: Masaya Kato
Harada: Ren Osugi



Giappone. Dopo un sanguinoso scontro tra due famiglie
della Yakuza, Yamamoto, sconfitto, cerca rifugio in America dal fratello
minore, fuggito anni prima a Los Angeles con l’intenzione di studiare.
Il gangster, appena giunto in città, s’imbatte in Danny, un ragazzo
di colore che tenterà ingenuamente di derubarlo e rimedierà invece una
ferita all’occhio. Ci vorrà del tempo, ma Yamamoto riuscirà infine a
rintracciare il fratello, e scoprirà che questi è in realtà un
piccolo spacciatore di droga di cui Danny è casualmente complice. Nasce
allora, in lui, un sogno: preparare il terreno ad una gang di cui egli
stesso sarà il capo. Il resto è riservato ai vostri sensi.
Se è vero, come fa lucidamente notare Giona A.
Nazzaro, che nel cinema di Kitano "il vuoto diventa l’elemento
primario nel quale inscrivere gesti o un insieme reiterato di
gesti" (Cineforum 397; "Lo spazio vuoto e l’arte del
vedere") in questo film, come già in "Hana-Bi", lo
spazio perde i suoi riferimenti cardinali e si dilata, colmandosi, in un
teatro della coscienza. Kitano, ancora una
volta, riconduce l’atto del filmare al principio puro e centrale di un
viaggio poetico: il silenzio è voce della coscienza e l’immagine,
a sua volta, voce di quel silenzio cristallizzato in un isolamento
imprescindibile, uno spazio occultato dove lo spettatore è chiamato a
partecipare, intimamente. Forse per questo, come spesso nei suoi film,
Kitano ci riporta al mare da cui il suo cinema sembra provenire,
orizzonte catartico dove lo sguardo scopre il suo carattere incoerente,
nel disperato tentativo di trovare un punto su cui fissare il suo fuoco,
di cogliere un segno, costretto a condividere l’inafferrabilità di un
tempo caduto in una sospensione illusoria e a vagare sulla pelle dell’acqua
senza coordinazione, senza direzione, spaventato e confuso da quell’armonia
che non può condividere.
Così è lui, così è il suo spettatore, così è l’animo
umano e tutte le cose che ad esso partecipano, così sono le immagini,
fragili punti di non ritorno dello sguardo, vincolate ad una leggera
geometria ed esili come i fili intrecciati di una ragnatela, capaci di
racchiudere in un movimento perpetuo e sinfonico il rapporto d’eleganza
che esiste tra violenza e passione, solitudine e smarrimento. Traspare,
in questo maestro, il percorso di un’arte che tenta di slegarsi,
emanciparsi dal metalinguaggio, lasciando sullo
schermo tracce di pittura che rimandano, forse involontariamente, alla
poesia e alla fisicità di Pablo Neruda. E infine il vuoto;
il vuoto dedicato all’immaginazione di chi osserva ed è teso nello
sforzo di rianimare la propria fantasia, condotto per mano dal talento
di un autore. Si prepari, chi non ha mai incontrato Takeshi Kitano, a
scrutare forme che si sfiorano senza mai scontrarsi; all’esperienza di
uno spettacolo che non ha bisogno di chi, come noi, tenta timidamente di
raccontarlo.