Anno VI - Numero 16 - Novembre 2000

I film del mese


BROTHER

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e regia: Takeshi Kitano
Fotografia
: Katsumi Yanagijima
Scenografia
: Norihiro Isoda
Costumi
: Yohji Yamamoto
Musica
: Joe Hisaishi
Montaggio
: Takeshi Kitano, Noshinori Ota
Prodotto da
: Jeremy Thomas, Masayuki Mori, Peter Watson, Takio Yoshida, Ann Carli
(Giappone, USA; 2000)

Durata
: 110’
Distribuzione cinematografica
: Keyfilms

PERSONAGGI E INTERPRETI

Yamamoto: Beat Takeshi (Takeshi Kitano)
Denny: Omar Epps
Ken: Masaya Kato
Harada: Ren Osugi

Giappone. Dopo un sanguinoso scontro tra due famiglie della Yakuza, Yamamoto, sconfitto, cerca rifugio in America dal fratello minore, fuggito anni prima a Los Angeles con l’intenzione di studiare. Il gangster, appena giunto in città, s’imbatte in Danny, un ragazzo di colore che tenterà ingenuamente di derubarlo e rimedierà invece una ferita all’occhio. Ci vorrà del tempo, ma Yamamoto riuscirà infine a rintracciare il fratello, e scoprirà che questi è in realtà un piccolo spacciatore di droga di cui Danny è casualmente complice. Nasce allora, in lui, un sogno: preparare il terreno ad una gang di cui egli stesso sarà il capo. Il resto è riservato ai vostri sensi. 

Se è vero, come fa lucidamente notare Giona A. Nazzaro, che nel cinema di Kitano "il vuoto diventa l’elemento primario nel quale inscrivere gesti o un insieme reiterato di gesti" (Cineforum 397; "Lo spazio vuoto e l’arte del vedere") in questo film, come già in "Hana-Bi", lo spazio perde i suoi riferimenti cardinali e si dilata, colmandosi, in un teatro della coscienza. Kitano, ancora una volta, riconduce l’atto del filmare al principio puro e centrale di un viaggio poetico: il silenzio è voce della coscienza e l’immagine, a sua volta, voce di quel silenzio cristallizzato in un isolamento imprescindibile, uno spazio occultato dove lo spettatore è chiamato a partecipare, intimamente. Forse per questo, come spesso nei suoi film, Kitano ci riporta al mare da cui il suo cinema sembra provenire, orizzonte catartico dove lo sguardo scopre il suo carattere incoerente, nel disperato tentativo di trovare un punto su cui fissare il suo fuoco, di cogliere un segno, costretto a condividere l’inafferrabilità di un tempo caduto in una sospensione illusoria e a vagare sulla pelle dell’acqua senza coordinazione, senza direzione, spaventato e confuso da quell’armonia che non può condividere.

Così è lui, così è il suo spettatore, così è l’animo umano e tutte le cose che ad esso partecipano, così sono le immagini, fragili punti di non ritorno dello sguardo, vincolate ad una leggera geometria ed esili come i fili intrecciati di una ragnatela, capaci di racchiudere in un movimento perpetuo e sinfonico il rapporto d’eleganza che esiste tra violenza e passione, solitudine e smarrimento. Traspare, in questo maestro, il percorso di un’arte che tenta di slegarsi, emanciparsi dal metalinguaggio, lasciando sullo schermo tracce di pittura che rimandano, forse involontariamente, alla poesia e alla fisicità di Pablo Neruda. E infine il vuoto; il vuoto dedicato all’immaginazione di chi osserva ed è teso nello sforzo di rianimare la propria fantasia, condotto per mano dal talento di un autore. Si prepari, chi non ha mai incontrato Takeshi Kitano, a scrutare forme che si sfiorano senza mai scontrarsi; all’esperienza di uno spettacolo che non ha bisogno di chi, come noi, tenta timidamente di raccontarlo.

Francesco Russo


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