Anno V - Numero 11 - Maggio  2000

Mision To Mars


DIETRO LE QUINTE

1.jpg (10062 bytes)La NASA ha stipulato con la produzione di "Mission To Mars" un contratto per partecipare al film. Per più di un anno la produzione ha lavorato quindi in stretta collaborazione con la NASA, affidandosi alla preziosissima consulenza dei suoi esperti, garantendo con gli autori e gli interpreti la ricercata autenticità.
I consulenti tecnici del film sono Story Musgrave, ex astronauta della NASA che detiene il record di maggiore anzianità di servizio e di maggior numero di ore di passeggiate spaziali, e Joe Allen, già consulente tecnico di "Armageddon - Giudizio finale". Il loro lavoro ha avuto inizio durante la fase di preparazione del film, con la rilettura della sceneggiatura, poi Musgrave ed Allen si sono incontrati con il cast degli interpreti prima dell'inizio delle riprese, per parlare della loro personale esperienza nello spazio.
La partecipazione della NASA ha dato un importante contributo in termini di disponibilità degli scienziati e di visite a Houston e in Florida per conoscere cosa si progetta e cosa sia già realtà.
In "Mission To Mars" la navetta viene lanciata dalla World Space Station, disegnata sul modello della vera stazione spaziale attualmente in progettazione alla NASA, con l'aggiunta di un elemento circolare roteante nello spazio che ospita la missione di controllo.
La stazione spaziale internazionale, il progetto più ambizioso mai tentato dalla NASA, coinvolge sedici paesi, sarà poco più grande di un campo di football e orbiterà intorno alla Terra a una distanza di circa 380.000 chilometri.
Capo tecnico della missione Pathfinder, atterrata su Marte il 4 luglio 1997, Matt Golombek lavora al JPL (Jet Propulsion Laboratory) di Pasadena, il centro della NASA addetto al volo spaziale senza equipaggio, a cui fanno capo tutte le sonde che attualmente esplorano il nostro sistema solare.
Golombek ha fornito la sua consulenza sulla sceneggiatura e in fase di post produzione ha lavorato con il reparto degli effetti visivi per garantire che l'immagine di Marte fosse realistica.
Il suo contributo è stato fondamentale quando si è dovuto stabilire che aspetto avesse il cielo di Marte. "Una sorta di giallo-bruno, non proprio rosso ma molto vicino al rosso," lo descrive Golombek. "Siamo quasi certi che questo colore sia dovuto a una polvere di grana finissima che si solleva durante le tempeste. Ma deve anche esserci qualche altra spiegazione. Sono stati osservati piccoli cicloni che sollevano il pulviscolo fin su nell'atmosfera. E' una polvere talmente leggera che impiega moltissimo tempo a ricadere, e anche se l'atmosfera è molto rarefatta, è sufficientemente densa da tenerla sospesa e così ha sempre questo aspetto rossastro.
Infatti, il sessanta per cento della luce che illumina il pianeta è filtrata dalle particelle di polvere sospese nell'atmosfera. Di conseguenza, ogni cosa che non sia illuminata direttamente, ogni ombra, ogni zona in ombra, appare rossastra. E' molto diverso dalla Terra. Qui, anche se ci mettiamo all'ombra, possiamo sempre dire che indossiamo una camicia blu. Su Marte apparirebbe rossa."

3.jpg (10208 bytes)Fra i set più imponenti che siano mai stati costruiti per un film, la superficie di Marte è stata realizzata alle dune sabbiose di Fraser, poco a sud di Vancouver. I cinquantacinque acri di terreno sono stati modellati sulla sabbia delle dune e poi coperti per migliaia di metri quadrati di 'shotcrete', un particolare tipo di calcestruzzo da nebulizzare. Per colorare il terreno ci si è serviti di manichette antincendio, che hanno spruzzato più di 350 litri al minuto di vernice di latex atossica rosso Marte, per un totale di 454.200 litri.
Per il produttore esecutivo Sam Mercer la sfida maggiore era rappresentata dal set degli esterni di Marte: "Che aspetto avrebbe dovuto avere Marte, come avremmo riprodotto quel suo cielo vagamente somigliante ai tramonti inquinati di Los Angeles? E dove avremmo trovato lo spazio sufficiente ad effettuare le riprese?"
Dopo aver valutato tutte le possibilità, inclusa quella, improbabile, di trovare un set insonorizzato di dimensioni tali da soddisfare le esigenze della produzione, la scelta è caduta sulle dune sabbiose di Fraser. "Su Marte gli spazi sembrano senza fine," fa notare Mercer. "La Valle Marineris è lunga quanto tutti gli Stati Uniti. Ma le dune erano quattro volte più estese delle altre location che stavamo considerando, e il lato che dà sul fiume, privo di alberi, è diventato il nostro orizzonte infinito."
"Era come giocare in un enorme recinto di sabbia," dice Verreaux, "abbiamo portato delle enormi ruspe e abbiamo creato il nostro ambiente." Così è nata la superficie di Marte.
"Eravamo tutti d'accordo sul fatto che Marte dovesse avere un aspetto verosimile," aggiunge il direttore della fotografia Stephen Burum, che insieme a Verreaux ha lavorato alla mappatura del pianeta. Con l'aiuto di un software che traccia un grafico del tragitto del sole in base a una data e un luogo, spiega Burum, "Ed è riuscito a orientare le colline in modo da avere sempre la luce migliore. Così siamo riusciti a rendere meglio il senso di vastità degli spazi e abbiamo potuto utilizzare l'intero giorno di ripresa, avendo sempre qualche punto ben illuminato. E' stato utilissimo avere i bulldozer, che hanno rimodellato il territorio esattamente come serviva a noi in base al grafico del percorso del sole."

Per essere certi che il paesaggio e le condizioni ambientali di Marte descritti nel film non discordassero dai dati attualmente in possesso della scienza, gli autori si sono rivolti agli esperti della NASA. Su Marte le tempeste di polvere possono durare fino a sei mesi. Per ricreare una di queste tempeste marziane, Elmendorf e il suo team di tecnici degli effetti speciali hanno realizzato alcuni generatori di vento che soffiavano sulle dune una polvere di silice rosa.
Gli oltre quattrocento effetti visivi del film hanno richiesto l'esperienza di due studi specializzati in questo: la Dream Quest Images e l'Industrial Light and Magic (ILM).
Tutte le riprese degli esterni di Marte sono state trattate al computer perché, spiega Jacobson, "il cielo di Marte non è come quello della Terra."
Gli effetti visivi hanno incluso inoltre la tecnica più tradizionale delle riprese con i modelli in miniatura, effettuate in studio a Los Angeles, e l'inserimento di fondi stellati o dell'immagine di Marte nelle sequenze ambientate nello spazio. La produzione è anche ricorsa all'uso dei mascherini dipinti e della grafica computerizzata, utilissima per le scene di un catastrofico vortice.

2.jpg (10464 bytes)Il modello in miniatura di Mars Recovery, progettato da Ed Verreaux, è stato realizzato negli studi della Dream Quest Images da un gruppo di venticinque costruttori. Il veicolo, lungo circa sette metri e molto elaborato, ha richiesto dieci settimane di lavoro, mentre per la realizzazione delle sezioni esplose del modello e di un grosso plastico con uno scorcio del paesaggio marziano ci sono volute altre quattro settimane.
Per dare a Mars Recovery il tipico look NASA sono occorsi appositi 'accessori' come i serbatoi sferici per il carburante, i pannelli solari, le antenne e l'elemento rotante. La struttura di supporto meccanizzata della navetta aveva un secondo asse di rotazione che permetteva alla ruota di girare indipendentemente dall'astronave.
Alla ILM il responsabile degli effetti visivi John Knoll, con un team di una sessantina di persone, ha realizzato circa trecento inquadrature, incluse la sequenza di uno space walking degli astronauti per recuperare il modulo di rifornimento (REMO) e quella in cui gli astronauti visitano un planetario spaziale dove è illustrata l'evoluzione della terra.
L'escursione sulla superficie di Marte ha presentato parecchie difficoltà per gli artisti della ILM, che dovevano ricreare un'ambientazione verosimile ma allo stesso tempo un po' onirica in cui i protagonisti incontrano un alieno che mostra loro l'evoluzione della Terra. Dopo l'atterraggio su Marte, gli astronauti entrano in un planetario olografico in cui è possibile percorrere a piedi tutto il sistema solare. La sequenza è stata realizzata creando l'immagine digitale e tridimensionale di un planetario e poi aggiungendo le immagini degli attori, ripresi separatamente su un fondale neutro. Poco dopo appare sulla scena un alieno che mostra agli astronauti l'immagine bielicoidale del DNA, che poi comincia a trasformarsi dall'una all'altra nelle creature che rappresentano l'evoluzione del pianeta Terra. La sequenza, un morphing di sette diverse creature con strutture corporee differenti (paramecio, pesce, lucertola, coccodrillo, dinosauro, mammut e buffalo) è stata, per animatori e direttori tecnici, straordinariamente impegnativa e ha richiesto una lavorazione di cinque mesi.


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