Anno V - Numero 11 - Maggio  2000

I film del mese


KADOSH

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Amos Gitai
Sceneggiatura: Amos Gitai, Eliette Abecassis
Fotografia: Renato Berta
Scenografia: Miguel Markin
Musica: Philippe Eidel
Montaggio:
Prodotto da: Agav Hafakot, M.P.Productions, Le Studio Canal + (Francia), Mikado Film in collaborazione con la Rai
(Israele, 1999)
Durata: 110'
Distribuzione cinematografica: Istituto Luce

PERSONAGGI E INTERPRETI

Rivka: Yael Abecassis
Meir: Yoram Hattab
Malka: Meital Barda
Yossef : Uri Ran Klauzner

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"Il cinema è l’arma più forte". Con queste parole, il 28 aprile 1937 Benito Mussolini inaugurava gli stabilimenti di Cinecittà, mettendo, così, in evidenza quale formidabile strumento di propaganda può diventare il mezzo cinematografico. Anche se il parallelismo potrebbe apparire un po’ troppo ardito, guardando il nuovo film del regista israeliano Amos Gitai Kadosh (sacro) non si può che condividere questa asserzione. Già, perché la pellicola in questione, presentata al festival di Cannes e uscita qualche tempo prima delle elezioni per il rinnovo del parlamento israeliano e l’elezione del primo ministro, ha avuto, secondo molti, grande peso nella vittoria del leader laburista Barak, contro le forze dell’estremismo religioso. E bisogna ammettere che il ritratto di Mea Shearim, il quartiere ultraortodosso di Gerusalemme, che il cineasta israeliano ci presenta risulta veramente indigesto a qualsiasi persona dotata di un minimo senso dell’equilibrio. Anche perché la forza di Kadosh risiede nel fatto che, pur parlando di una comunità lontana mille anni luce dal nostro modo di vivere, i drammi dei protagonisti del film sembrano vicini a noi, tanto che lo spettatore è in grado di calarsi perfettamente in questa realtà e partecipare alle loro sofferenze.

La tragedia che si consuma in Kadosh riguarda due sorelle: Rivka e Malka. La prima è sposata da dieci anni con Meir, i genitori le hanno scelto lo sposo, come è tradizione a Mea Shearim, eppure la loro unione sarebbe felice, se fosse allietata dalla nascita di un bambino. Dopo molti tentennamenti, l’uomo viene costretto a divorziare dalla moglie sterile che, in quanto tale, non assolve ai suoi compiti. Ma Rivka nel suo dolore non è sola, accomunata da un triste destino c’è la sorella Malka, che viene data in sposa a un uomo che non ama, in quanto il suo cuore è già stato conquistato da un giovane musicista che ha deciso di vivere fuori dalla comunità. Di fronte a scelte che le sono state imposte, Malka reagisce in maniera diversa dalla sorella che, invece, accetta l’allontanamento dalla casa e dal marito.

Gran parte del merito del film va senz’altro al regista che ha saputo creare una narrazione scarna e compatta, in grado di sviscerare la vicenda attraverso dialoghi secchi e inquadrature incollate sui volti dei protagonisti. Una scrittura, insomma, che non fa concessioni al sentimentalismo, ma che allo stesso tempo, mette da parte il registro del documentario, per partecipare della storia dei personaggi. Importante si rivela anche la recitazione dei diversi attori, in grado di connotare i personaggi della pellicola, senza cadere nel patetico (e il rischio c’era), in particolare splendida la prova Yael Abecassis, la moglie ripudiata e Meital Barda (Malka), che ha vissuto un a storia simile a quella del suo personaggio: proveniente da una famiglia religiosa ha dovuto abbandonare i genitori, per realizzare il suo sogno di diventare attrice.

Irene Fornari


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