Anno V - Numero 13 - Luglio  2000

I film del mese


RETURN TO ME

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Bonnie Hunt
Fotografia: Laszlo Kovacs
Scenografia: Brent Thomas
Costumi: Lis Bothwell
Musica: Nicholas Pike
Montaggio: Garth Craven
Prodotto da: JLT David Duchovny, Minnie Driver
(USA, 2000)

Durata: 116’
Distribuzione cinematografica: UIP

PERSONAGGI E INTERPRETI

Bob Rueland: David Duchovny
Grace Briggs: Minnie Driver
Joe Dayton: James Belushi
Megan Dayton: Bonnie Hunt
Jeff: Chris Burns

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2.jpg (12120 bytes)Il ritmo, nella commedia, è un determinante complesso, ce lo insegnava Frank Capra. Di frequente è assistito da una recitazione brillante e da una minuziosa selezione delle scene, dalla loro disposizione e dall’incastro che ne decide l’equilibrio filmico (il lavoro in fase di découpage, per intendersi). Nelle prove più recenti, anche, molte commedie hanno frequentemente arricchito il plot ricorrendo all’inserimento di abili caratteristi, sconosciuti attori d’indubbio talento comico che, se non hanno sollevato la qualità del prodotto cinematografico, quanto meno lo hanno scosso dalla piattezza dei protagonisti, come è accaduto in "Paura d’amare" o in "Nothing Hill". Un "trucco" sapientemente estorto al teatro shakespeariano (pensiamo a Feste, o ancor più al buffone del Re Lear), anche se siamo ben distanti da ruoli così organici e orchestrali.

1.jpg (14273 bytes)Il film della Hunt, purtroppo, non ha nulla di tutto questo a venire in suo soccorso. Piuttosto, è penalizzato da una sceneggiatura scarna e abusata, da un Duchovny goffo ed inadeguato al ruolo, da una sovrabbondanza di tempi morti e di scene del tutto accessorie che rallentano il film oltre misura, dalla mancanza di un personaggio marginale in grado di temperarne la leziosità. Eppure, siccome anche André Bazin concedeva che persino ad un opera mediocre, si potesse riconoscere un momento d’inattesa ispirazione, almeno una scena merita di essere citata: al ricevimento per la raccolta dei fondi, concluso il discorso della moglie, Duchovny chiede all’orchestra di suonare la celebre canzone di Dean Martin che darà il titolo al film. Poi, in una sequenza girata sfruttando una forma piuttosto classica (primi e primissimi piani che seguono dolcemente il ritmo della coppia), i due ballano raggianti alle note della musica. Tempestivamente, mentre la canzone prosegue ininterrota, la scena stacca di colpo su un’altra, inquadrando il volto turbato (ma grottesco) di Duchovny, e in un secondo tempo la sua camicia bianca violata da numerose macchie di sangue, mentre un gruppo di medici trasporta la moglie su una portantina. La sovrapposizione escogitata tra la continuità della musica, e il movimento inatteso da un contesto pacato e rassicurante ad uno più brusco, descritto dal tragico destino della donna, modifica rapidamente il baricentro emotivo dello spettatore attraverso un affascinante meccanismo di montaggio, che rende superflua la rappresentazione degli avvenimenti temporalmente interposti tra le due scene, lasciando alla musica l’appropriato compito di scandire un "tempo emotivo".

Se si esclude questa sequenza, rimangono 115 minuti deludenti e superflui.

Francesco Russo


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