Anno V - Numero 13 - Luglio  2000

I film del mese


RATCATCHER

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Lynne Ramsay
Fotografia: Alwin Kuchler
Scenografia: Jane Morton
Costumi: Gill Horn
Musica: Rachel Portman
Montaggio: Lucia Zucchetti
Prodotto da: Gavin Emerson, Andrea Calderwood, Barbara McKissack
(UK, 1999)

Durata: 93'
Distribuzione cinematografica: Istituto Luce

PERSONAGGI E INTERPRETI

James Gillespie: William Eadie
Padre: Tommy Flanagan
Madre: Mandy Matthews
Anne Marie: Lynne Ramsay Jr.
Ellen: Michelle Stewart
Margaret Anne: Leanne Mullen
Kenny: John Miller
Mrs. Quinn: Jackie Quinn

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Onore alle potenzialità, più che al merito. Lynne Ramsay, premiata al Festival di Edimburgo e di Chicago, ha un indiscusso talento. Ma il suo film zoppica. E non certo per lo splendido cast di attori non professionisti, capeggiati dal giovane interprete principale, intenso e naturalissimo. Per la verità, non mancano nemmeno le belle immagini, ben bilanciate dalla spiccata sensibilità visiva e poetica della regista. Eppure, non basta. Ratcatcher rimane una collezione di scene piuttosto che una struttura narrativa coesa. Non c’è sviluppo drammatico: l’azione, invece di evolvere, si defila, gira attorno al dramma iniziale senza allontanarsene.

James, dodici anni, vive in uno slum di Glasgow. E’ il 1973, i netturbini sono in sciopero e il quartiere pullula di topi e di rifiuti. Lo squallore fa da sfondo alle prime pregnanti esperienze dell’adolescenza: James, tormentato dai sensi di colpa in quanto involontario responsabile dell’annegamento di un amico, è trascurato dal padre e canzonato dai compagni. Sogna di vivere in una bella casa in mezzo ai campi e una ragazza lo inizia all’amore. Infine, la catarsi: arriva il giorno in cui James decide di immergersi nel canale in cui ha trovato la morte l’amico.

Il finale è ambiguo, ma interessante proprio per questo. Non preclude allo spettatore possibili percorsi di lettura. Nel suo ultimo primo piano, James sorride: sogno o realtà dopo la scampata tragedia? Anticlimax o estremo riscatto della speranza in un film che, altrimenti, parrebbe un inno all’autodistruzione? L’insolita sintassi cinematografica e i virtuosismi registici, tuttavia, stridono con la debolezza della sceneggiatura. D’accordo, una tranche-de-vie che si rispetti deve saper essere mimesi dell’alienazione sociale fino al punto di riprodurre la lentezza e la monotonia di una vita che si trascina. Francamente, però, non sono la ripetitività e l’azione stagnante le scelte espressive migliori. Inoltre, si può raccontare il disagio anche senza ostentare un solo grammo di immondizia. Perché, comunque, un film trascende la realtà. La riflette e fa riflettere, ma non è la vita tout court. Ben vengano poi i tentativi di far poesia alla maniera di Terence Davies. Come pure il realismo sociale urbano alla Ken Loach. Ma "Kes" è un’altra cosa. E lo sguardo di Truffaut sull’adolescenza nei "Quattrocento colpi", pure.

Paola Daniela Orlandini


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