Gwen: Sandra Bullock
Lily: Elisabeth Perkins
Eddie Boome: Viggo Mortensen
Jasper: Dominic West
Cornell: Steve Buscemi


Gwen beve. E molto. Non sa neanche
più perché. Ha lasciato che la vita con il suo carico di ricordi ingombranti prendesse
il sopravvento su ogni sua decisione, su ogni scelta quotidiana. Forse lo fa perché suo
padre ha abbandonato la famiglia quando lei era solo una bambina, o forse perché le
uniche immagini che ha di sua madre sono quelle di una donna sempre fuori di sé, sdraiata
per terra priva di sensi, totalmente ubriaca. O più semplicemente, le piace. Gwen non è
una sbandata. Passa le notti in discoteca è vero, consuma ore di sesso riconoscendo a
malapena il suo partner e non si cura di nessuno, neanche della sorella perfetta, con il
suo matrimonio perfetto ed il suo lavoro perfetto.
Ma guidare in stato di ebrezza è un reato e le uniche soluzioni sembrano essere la
prigione o la comunità. E Gwen entra in comunità. Per vivere i 28 giorni più duri della
sua vita. Le crisi di astinenza sono il male minore. Il tragico è il confronto con se
stessi. Con uninteriorità che non è mai uscita allo scoperto, soffocata dalla
solitudine e dallabbandono, ma anche con un mondo fatto di "altri", di
persone che guardano, giudicano, chiedono aiuto. Un mondo che costringe Gwen a
ridimensionare il gigantesco Io che lha imprigionata, inducendola a vivere fuori di
sé, verso parole che significano comunicazione, comprensione, conforto. Parole che la
trasformano da vittima consapevole in una persona. Forse non in una vincente o in
uneroina da romanzo, ma in una persona.
Prova drammatica per Sandra Bullock che ha ormai abituato il grande pubblico a
personaggi strampalati e pasticcioni ("Un amore tutto suo", "Piovuta dal
cielo"), alle prese con un tema scottante, anche se in America sempre attuale. Girato
quasi interamente in una clinica di recupero per tossicodipendenti (la stanza dei
pazienti, la sala mensa, il giardino), il film non ha nulla di morboso ed inquietante,
nonostante la tragicità dei casi umani che presenta. Si avverte il tocco delicato di una
mano femminile e la sincerità dellapproccio della protagonista nei confronti del
suo personaggio. La Bullock riesce a dosare la sua recitazione senza scadere mai in
atteggiamenti patetici o sdolcinati, anche davanti allinevitabile redenzione del
finale. Una soluzione che forse poteva essere evitata, non per inneggiare
allalcoolismo, ma per seguire la linea di coerenza che aveva caratterizzato
lintero personaggio e che rischia di banalizzarne la presa di coscienza e la
riflessione.