Anno V - Numero 13 - Luglio  2000

I film del mese


THE OPENING NIGHT
Tutto il cinema di John Woo. Prima di Mission Impossible 2

woo1.gif (7952 bytes)Azione. Sempre azione. Che si spari, o si faccia palleggiare Ronaldo. Il motto di John Woo è chiarissimo. Fin da quando, giovinotto nato in Cina ma cresciuto ad Hong Kong, dirigeva film di arti marziali come The Young Dragons o Countdown in Kung Fu. Le molte facce ironiche davanti al gran numero di film del "Far East" iscritti all’ultimo Festival di Cannes si son dovute mutare in facce ammirate. Il cinema orientale ha veramente compiuto passi da gigante, qualitativamente parlando. E molti di questi passi vanno attribuiti alla crescita del cinema di genere, vera miniera fantastica capace di toccare punte filosofiche inedite. Adesso John Woo è una vera stella, che fa ad Hollywood gli stessi film di uno dei suoi idoli, Sam Peckinpah. Che ad Hollywood ha fatto arrivare una delle sue migliori scoperte, l’ineffabile Jackie Chan. John Woo è ad Hollywood perché possiede la fantasia, e la filosofia, che ad Hollywood mancano. Perché è il miglior assimilatore di generi diversi che si conosca. Velocità, innanzitutto. Diaboliche sparatorie, lo sguardo stupito di fronte ad una violenza coreografica, numero da musical più che evento accumulatorio (come avveniva nel caso del maestro Peckinpah). Conflitti a fuoco come temporali estivi, o lucide tesi sul montaggio. A Better Tomorrow II rimane un film-manifesto, per complessità dell’evento "bellico". Ma è l’operazione di giustapporre inquadrature, spesso banalizzata nel cinema contemporaneo incapace di darsi un ritmo, che caratterizza fortemente l’opera di John Woo, così esatta, ed imprevedibile allo stesso momento. Il montaggio diventa (o ridiventa) veramente un principio esplosivo, la collisione di elementi coincidenti solo per un istante. Sono proprio i suoi film americani, e Nome in codice: Broken Arrow in modo particolare, a segnare questa differenza, a rendere il prodotto Woo così riconoscibile. E poi c’è la stilizzazione estrema della violenza, ristretta ed isolata fino a farla diventare gesto riconoscibile, e poeticamente incompleto. woo2.jpg (11047 bytes)È questa l’altalena che John Woo divide con l’altro grande esteta dello straniamento del colpo di pistola, Takeshi Kitano. Che vira verso l’osservazione della vita come teatro dell’assurdo, là dove Woo fa della violenza una questione di geometrie, un "metodo" per scavare a fondo i grandi interrogativi dell’esistenza. The Killer, la sua pellicola più melvilliana (altro notevolissimo punto di riferimento) porta a galla l’amarezza che si cela dietro la scoperta di questa geometria. Gli eroi invecchiano, e non sono più eroi. Non vanno verso il mare, come quelli di Kitano, ma rimangono in città, a fronteggiare la babele. Riflessioni sempre venate di un istinto crepuscolare, che esaltano sentimenti fondamentali come l’amicizia e l’amore, e li venano di un’ondata di malinconia. Li rendono "fatti" cinematografici, usciti per onor di citazione da un western, o da un melodramma classico. Woo è uno studente dalla diligenza a tutta prova, pronto anche a fare un intricato testo metacinematografico come Face off, paurosa "messa in abisso" che esalta il cinema come dispositivo divertendosi a ribaltare le carte in tavola di uno dei suoi piatti più prelibati, il divismo. Ero io, o eri tu il cattivo ? Adesso, le arti marziali sono ovunque, da The Matrix in avanti, e rendono il mondo possibile. E Mission Impossbile ha trovato finalmente il suo unico regista possibile.

Riccardo Ventrella


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