Anno V - Numero 12 - Giugno  2000

I film del mese


VIAGGIO VERSO IL SOLE

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Yesim Ustaoglu
Fotografia: Jacek Petrycki
Scenografia:
Costumi: Natali Yeres
Musica: Vlatko Stefanovki
Montaggio: Nicolas Gaster
Prodotto da: Behrooz Ashemian
(Turchia, Olanda, Germania 1999)
Durata: 105’
Distribuzione cinematografica: Istituto Luce

PERSONAGGI E INTERPRETI

Newroz Baz: Mehmet
Nazmi Qirix: Berzan
Mizgin Kapazan: Arzu
Nigar Aktar: Propietaria della lavanderia
Ara Guler: Capo di Mehmet
Iskender Bagcilar: Investigatore di polizia

ciak3.gif (1850 bytes)ciak3.gif (1850 bytes)ciak3.gif (1850 bytes)

Una goccia cade su uno specchio d’acqua, e i suoi fronti d’onda deformano un’inquadratura appena decifrabile. Il film si apre così, in un originale scenario onirico (che più avanti, scopriremo rivelare una struttura davvero singolare) con cui la regista educherà il nostro sguardo e scandirà i suoi tempi narrativi, lungo un viaggio che sarà, oltre del giovane e capace protagonista, anche nostro. Discutere con linearità un’opera che dimostra di saper intrecciare, per un processo d’armonia delicata e trasparente, tratti di estremo realismo (Mehmet, nel suo ruolo di vittima incosciente, ricorda nelle sfumature la dolcezza di Edmund, il piccolo protagonista di "Germania Anno Zero") a parossistici stati di angosciante alienazione (come al suo tragico ritorno dal carcere, dove ogni oggetto ed ogni persona sembrano concentrarsi su di lui) si rivela un processo difficile. In una Turchia guastata dall’intolleranza, sfinita dal disagio, umiliata dalla violenza della polizia e su cui neanche la cattiva sorte sembra distogliere lo sguardo, Yesim Ustaoglu dipinge i tratti di una storia semplice e asciutta dove ancora è possibile trovar spazio all’amore e all’amicizia, in un clima di disperata onestà. Tre individui, tre diverse origini etniche, ed un affetto incolore che sembra investirli di una straordinaria purezza, smacchiando persino l’asprezza del terrorismo.

Appare evidente, negli anni più recenti, che il cinema asiatico (ad eccezione di Kiarostami) stia trovando ed esercitando un suo neorealismo decisamente attuale. Una forma linguistica versatile, un giornalismo poetico e partecipe che non conosce patria, ma si dimostra ancora il determinante nel rapporto "cinema-realtà", e arte insostituibile per raccontare il mondo.
Dialoghi poveri ed essenziali, in un film concentrato su lunghi primi e primissimi piani, che predilige l’eloquenza degli sguardi, e si affida alla voce di una fotografia a tratti splendidamente descrittiva. Attraverso questi mezzi, questa giovane e straordinaria regista racconta con angoscia e partecipazione il dolore di un popolo, sfiorando l’esperienza di un artigiano. Un dolore che erutta con tanta intensità da esprimersi nelle ferite della sua stessa terra, martoriata dai disastri dell’uomo e dall’empietà della natura, lontana dalla sua poetica bellezza, fedele soltanto alla sua maestosità. Trionfano, invece, il coraggio e l’individualità dei tre protagonisti, anche quando, in un finale che non restituisce pace alla coscienza, Mahmet vede la morte svanire nell’acqua, e perdersi là dove il tempo scorre senza memoria, senza dignità.

Francesco Russo


Acquista i libri, i video e le colonne sonore dei film di cui abbiamo parlato su Amazon.com, il più fornito negozio interattivo della rete!

Search: Enter keywords...

logo.gif (1915 bytes)