Anno V - Numero 8 - Gennaio 2000

I film del mese


AMERICAN BEAUTY

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Sam Mendes
Sceneggiatura: Alan Ball
Fotografia: Conrad L. Hall
Scenografia: Naomi Shohan
Costumi: Julie Weiss
Musica: Thomas Newman
Montaggio: Tariq Anwar, Chris Greenbury
Prodotto da: Bruce Cohen, Dan Jinks
(Usa, 1999)
Durata: 122'
Distribuzione cinematografica: UIP

PERSONAGGI E INTERPRETI

Lester Burnham: Kevin Spacey
Carolyn Burnham: Annette Bening
Jane Burnham: Thora Birch
Ricky Fitts: Wes Bentley
Angela Hayes: Mena Suvari
Buddy Kane: Peter Gallagher
colonnello Fitts: Chris Cooper

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1.jpg (8706 bytes)Poco più che quarantenne, Lester Burnham detesta il proprio lavoro ed è infelicemente sposato con Carolyn, agente immobiliare dalle ambizioni frustrate. Hanno una figlia adolescente, Jane, che li disprezza entrambi; Lester è inoltre convinto che le due donne lo ritengano un fallito di proporzioni colossali.
"Ed hanno ragione", sottolinea sarcasticamente la voce over del Nostro che ci accompagnerà per tutta la durata di American beauty, brillante esordio dietro la macchina da presa dell’inglese Sam Mendes, già regista teatrale noto in tutto il mondo (suo il revival del musical Cabaret): per due ore, Lester sarà protagonista e speaker di questa moderna tragicommedia americana, che prende di mira usi, costumi, nequizie della middle class suburbana.

2.jpg (8553 bytes)Come Happiness, il bellissimo film di Todd Solondz cui per certi versi esso è apparentabile, American beauty s’incentra sul gap esistente tra le nostre concezioni di amore, serenità, successo e ciò che esse divengono una volta inscritte nella quotidianità; ma, a differenza del primo, è un film che parla di tristezza e solitudine piuttosto che di crudeltà o mancanza d’umanità.
Sulla scorta d’una brillante sceneggiatura di Alan Crisp, Mendes muove i suoi personaggi con sorniona abilità e ce li mostra tutti ugualmente condannati a non provare gioia, costretti a vestir panni ormai fattisi camicie di Nesso; e se ai giovanissimi Jane e Ricky viene concessa con la fuga una possibilità d’appello, per gli altri il destino pronuncia sentenze inappellabili che si chiamano morte, assassinio, tentato suicidio.

3.jpg (9940 bytes)Resa lieve da una misura di vetrioleggiante ironia abilmente disseminata, talvolta gravata da civetterie autoriali (l’incipit, che rifà il verso a quello indimenticabile di Viale del tramonto; la conclusione, con l’abusata idea delle immagini d’una vita focalizzate dal protagonista in articulo mortis) la pellicola vive pure d’uno stuolo di mirabili interpreti: su tutti, una Annette Bening strepitosa nel modulare il registro delle nevrosi in una calcolata alternanza di silenzi e grida, ed un Kevin Spacey perfetto nel ruolo d’un uomo che commette sciocchezze senza però mentire a se stesso; capace di perder tutto, alla fine, pur di non essere più un perdente.

Francesco Troiano


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