Anno V - Numero 9 - Febbraio 2000

I film del mese


NON UNO DI MENO
(YI GE DOU BU HENG SHAO)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Zhang Yimou
Sceneggiatura: Shi Xiangsheng
Fotografia: Hou Yong
Prodotto da: Guangxi, Bejing New Picture
(Cina, 1998)
Durata: 106'
Distribuzione cinematografica: Mikado

PERSONAGGI E INTERPRETI
(nella parte di se stessi)

Wei Minzhi, Zhang Huike, Tian Zhenda, Gao Ennan, Sun Zhimei

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Come la Gallia di giuliocesariana memoria, anche Zhang Yimou risulta diviso in partes tres. C’è lo Zhang stilistico-tradizionale (da Sorgo rosso a quel Keep cool che rimane, anche solo a livello di tentativo, una delle sue cose migliori), lo Zhang storico-tradizionale (Vivere) e lo Zhang macchina da festival-uomo dai rapporti contraddittori con il governo di Pechino. L’ultimo Zhang, ovviamente, contiene gli altri due. Il preambolo è necessario per posizionare esattamente Non uno di meno sulla carta geografica della Cina. Difficile stabilire quanto vi sia di piaggeria verso l’establishment in questo film. La quantità di gentili funzionari governativi che la giovanissima supplente incontra nella sua ricerca del figliol prodigo, un bambino allontanatosi da scuola, è decisamente sospetta. Più facile determinare come il cinema orientale, dall’Iran al Catai, sappia ormai orientare i suoi prodotti verso il gusto degli occidentali, soprattutto quelli che frequentano i festival. Il podio di Venezia, con Yimou e l’iracondo Kiarostami a contendersi i premi maggiori, sta a dimostrarlo.

Spento il livore contro Non uno di meno determinato dalla pochezza di quel verdetto, si può più serenamente rivedere il giudizio. Confermando una cosa, almeno: poco dice di più, questo film, nell’iter creativo del regista cinese. Storia di provincia, una delle tante in quell’impero sterminato che è la Cina. Storia di bambini, storia che mette a confronto città e campagna, per una volta senza stabilire gerarchie di valore. Attori non professionisti, costante e progressivo adeguamento ad una narrazione piana e senza salti. Peccato che questo livellamento affossi sequenza dopo sequenza le possibilità espressive del film, ridotto dall’estrema prevedibilità ad essere, più che una pellicola di Zhang Yimou, una propedeutica introduzione alla sua filmografia. Stranamente laccata da occhi particolarmente riguardosi verso i buoni istinti della società cinese. Del rigore compositivo di Zhang resta qualche traccia qua e là, sepolta nel chiassoso andirivieni degli alunni o nel dedalo babilonese dell’agglomerato urbano. È questo un brutto film? Tutt’altro, verrebbe da dire. È questo un film necessario? Tutt’altro. L’idea che possa trattarsi di un’opera di compromesso, per risolvere i contrastati rapporti con chi, a Zhang Yimou, ha spesso tolto persino il passaporto, non è peregrina. Il resto lo dirà il prossimo The Road Home, medaglia d’argento al Festival di Berlino, annunciato in spolvero decisamente maggiore.

Riccardo Ventrella


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