Anno V - Numero 9 - Febbraio 2000

I film del mese


Corpi
Johnny Depp

1.jpg (11209 bytes)Dicono che Johnny Depp si faccia dei tagli sulle braccia per marchiare gli eventi significativi della sua vita: Bel colpo per uno che ha esordito lasciandosi maciullare nella madre di tutti gli incubi ed è diventato una leggenda quando aveva rasoi al posto delle mani. Del resto Depp in dieci anni si è scavato una tana di contraddizioni vere o apparenti. Inutile cercare un legame tra l'attore "naturale" (tutto quello che sa l'ha imparato sul set) indifferente alle astuzie di carriera, con il divo che picchia i fotografi. Di lui ci si ricorda la morbidezza dello sguardo, la gentilezza del tocco, anche se la sua è una bellezza profondamente terrena che sembra già sciupata a ventisei anni. Si imbruttisce, si traveste, ma gli basta un passaggio lampo sullo schermo per stravolgere le regole dell'attrazione. Se, infatti, qualche ruolo minore e la militanza in tv rischiano di ancorarlo nel mare dei ragazzi carini senza futuro degli anni Ottanta, l'incontro con John Waters lo trasforma in Cry Baby Walker, il biker capace di versare un singola, perfetta lacrima quando viene toccato dalla bellezza. Per molti versi quella goccia di pianto realizza il suo futuro: Depp segna il passaggio nel nuovo decennio, inaugurandolo come l'estremo eroe romantico: In Edward mani di forbice è l'uomo artificiale concepito dal vecchio, elegante Vincent Price, ultimo desiderio di vita di una inventore/mago, eredità sofferente e ironica per un mondo del tutto anestetizzato. Segnato dall'impossibilità di toccare le persone senza ferirle Edward anticipa i martiri del grunge sulla strada della sofferenza e delle cicatrici (Cobain, l'amico River Phoenix, di cui si porterà un po' sempre addosso il sangue), e accoglie i loro cuccioli dentro di sé, facendo del suo corpo una casa abitata, dei suoi personaggi un manifesto inconsapevole. In pochi anni a Edward si aggiungono sognatori, borderline, marginali, volti diversi sbucati dal nulla, capaci di governare le forze della natura: Gilber Grape appicca il fuoco alla sua casa - le dita stringono il fiammifero nel buio , Axel costruisce macchine volanti - le stesse dita sfiorano i pesci nell'acqua -, Sam piega le leggi fisiche ai suoi sketches da film muto (e, quando tocca i quadri di Joon, assaggia la pittura rimasta sulla mano con un gesto cauto e curioso che da solo riscatterebbe una carriera, per non parlare di The Brave, la sua prima regia). Da tutto questo nascono i sogni di Ed Wood: Depp, che buca lo schermo con la forza della pura realtà ma non ha mai interpretato persone vere finora, restituisce di Wood la totale, spaventosa fiducia nel prossimo, dando prova di un potenziale comico poco sfruttato al di là della parentesi di Don Juan De Marco (modesto ma deppiano nella scelta del ragazzo schizofrenico di vivere in un mondo ispanico-tropicale naturale quanto quello di Fantasilandia). Con gli anni Novanta il mito di Johnny Depp resta intatto, si interrompe però il flusso di corrente che scorre tra i suoi personaggi e lo spirito del tempo, a botte di collaborazioni troppo colte e tentativi falliti (l'affascinate Minuti contati, Il miscasting di Donnie Brasco). Per svegliarsi ci vuole una dose di realtà direttamente dal libro di culto della generazione lisergica: la rinascita di Fear and Loathing passa attraverso una trasformazione fisica - la mimesi impressionante del vero Hunter Thompson, il modo di muoversi a scatti - l'abbandono di un sistema di riferimento. Non è più possibile aspettare che siano le risposte (una donna di passaggio, un cugino, una visitatrice) ad arrivare. Depp ci porta nel duemila come viaggiatore: astronauta, cacciatori di libri, addirittura Jack Kerouc nel docu-fiction The Source. Soprattutto Ichabod Crane, il ragazzo che per amore va nei boschi a sfidare un cavaliere senza testa. Di nuovo con Tim Burton, di nuovo in sintonia con la possibile realtà dei prossimi dieci anni, una nuova "cosa vera" verso cui alzare gli occhi. Più esplicitamente cupa, e solo per questo capace di avere un autentico lieto fine.

Memmo Giovannini


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