Il
buio, a cominciare dalla fine degli anni ’70, è diventato un
territorio intensamente frequentato dal cinema di fantascienza. Questa
storia inizia come molte altre: il comandante Fry, una donna alla guida
di una nave spaziale, è costretta ad un atterraggio d’emergenza su un
pianeta sconosciuto. Lasciandosi dietro la perdita di numerose vite, il
manipolo di superstiti si trova a dover sopravvivere in un’insidiosa
landa desertica il cui clima è dominato da tre soli. Per quanto questo
basti da sé ad aggravare l’impresa, non è il male peggiore dell’equipaggio.
Ogni 22 anni, in quel preciso momento, i tre soli del sistema vengono
oscurati da una tetra eclisse e voraci creature notturne, liberate dalla
schiavitù della luce, emergono dalle cavernose profondità del pianeta
in cui i bagliori del giorno li avevano segregati e comincia la battuta
di caccia che il film attendeva di mostrare. Quanto non convince, sono
le abbondanti incongruenze e i riferimenti morbosi ai suoi illustri
predecessori ("Alien" ed "Aliens" senza
discriminazioni), a cominciare dalle imitanti fattezze dei mostri.
Evocando i fantasmi dei minacciosi sottintesi scottiani, poi, Twohy
sembra volerne semplificare i tracciati emotivi e ammorbidirne le
intenzioni.
A
sua discolpa va detto che il "fanta-horror" è un micromondo
stilistico tutt’altro che minimizzabile: Pitch
black è l’ultimo uovo di una covata malefica che il capolavoro di
Ridley Scott ha concepito quei venti e più anni fa,
tracciando nuovi sentieri in un linguaggio che Friedkin aveva appena
introdotto con "L’esorcista". Ai bordi di una nuova strada,
imminenti implicazioni cominciavano ad emergere tra le ossa di un grande
genere cinematografico che si rinnovava tentando di trasformare il corpo
nel riflesso di un’oscena immagine, rivelatrice del nostro
deterioramento interiore, rifrazione di uno specchio senza luce,
dimensione incerta e lontana dal conforto della scienza dove gli uomini
urlavano (ed urlano ancora) inghiottiti dal silenzio. A quel tempo, le
insopprimibili aberrazioni della nostra intimità latente cominciavano
ad esigere una manifestazione fisica, ad emergere sullo schermo
degradandoci nella carne.
Al
film di Twothy, pur mancando uno svolgimento di così ampio respiro,
bisogna concedere il merito di aver allestito un campionario di
personaggi adeguatamente atoni, guastati con fervida, insospettabile
capacità da macchie morali che la paura porta alla luce abbandonandoli
ad un’indeterminatezza tanto frustrante, da gettare nello squilibrio
anche lo spettatore; la dimestichezza del
regista con gli archetipi dell’horror, è poi ampiamente dimostrata
dal sapiente uso delle tensioni immobili, efficaci in questo
genere ben più di un collage d’azioni frenetiche. L’oscurità, che
nel fanta-horror è sinonimo di smarrimento nell’angoscia, forse non
ha il devastante effetto che la produzione aveva inteso, ma le sue
suggestioni sono, comunque, dignitosamente rispettate e il risultato
finale si dimostra largamente superiore alla media di questo prolifico
filone.