Anno VI - Numero 17 - Dicembre 2000

I film del mese


IL PARTIGIANO JOHNNY

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Guido Chiesa
Sceneggiatura: Guido Chiesa e Antonio Leotti, dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio
Fotografia: Gherardo Gossi
Scenografia: Davide Bassan
Costumi: Marina Roberti
Musica: Alexander Balanescu
Montaggio: Luca Gasparini
Prodotto da: Domenico Procacci
(Italia, 2000)
Durata: 135'
Distribuzione cinematografica: Fandango

PERSONAGGI E INTERPRETI

Johnny: Stefano Dionisi
Nord: Claudio Amendola
Pierre: Andrea Prodan
Ettore: Fabrizio Gifuni
Nemega: Giuseppe Cederna

Alba, giorni seguenti al fatale 8 settembre 1943. L’Italia è divisa in due, lacerata da una guerra civile. Al Nord l’ombra della Repubblica di Salò e la residua ferocia dei nazisti rafforza gli animi libertari della popolazione, facendo esplodere con una forza incontrollabile la Resistenza. Il giovane Johnny, figlio di una certa piccolo borghesia agiata, appassionato di letteratura inglese, decide di lasciare il suo rifugio sulle colline di Alba e di seguire un gruppo di partigiani in partenza per le Langhe. Casualmente si unisce ad una brigata "rossa" di ispirazione comunista, compromettendo quella che non era stata una scelta dettata da motivi politici. La sua spinta infatti è un’esigenza di libertà, pura, svincolata da qualsiasi tipo di schema ideologico ed il suo impegno, in quell’inferno fatto di freddo, fame, paura e morte, è incondizionato. Anche quando deciderà di passare con gli "azzurri", gruppi formati da ex soldati delle truppe regie, la sua sarà una scelta priva di connotati politici, in virtù di quella voglia di sovvertire l’occupazione nazifascista e di ridare all’Italia il suo respiro, come una necessità imprescindibile. 

A riaccendere ora, a cinquant’anni di distanza, la riflessione su un periodo storico della nostra storia ancora non lontano per essere giudicato acriticamente, ci ha provato il regista Guido Chiesa, presentando all’ultima Mostra del Cinema di Venezia l’atteso Il partigiano Johnny, tratto dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio. E le polemiche, più che sul film, si sono scatenate sulla controversa figura di questo autore, poco schierato in un’epoca in cui era impensabile sottrarsi ad una fede piuttosto che ad un’altra, anticomunista ma anche contrario ad ogni forma di regime totalitario e liberticida, fascista innanzitutto. L’opera, pubblicata a cinque anni dalla sua morte, è stata più volte tacciata di qualunquismo e di scarsa aderenza alla realtà, e forse proprio per questo il film che ne è stato tratto non è in alcun modo una pellicola di carattere storico, ma anzi rifugge da ogni possibile lettura in chiave critica del periodo della Resistenza. 

Ne viene fuori un ritratto umano, più che politico, del personaggio, interpretato con grande convinzione da Stefano Dionisi che oscilla con facilità dall’euforia del coraggio alla malinconia della solitudine, permettendoci di conoscere l’iter profondo che fa di lui, ragazzo di provincia, combattente senza paura e uomo. Il film non è un capolavoro, ma trasuda da quei fotogrammi di paesaggi desolanti, da quelle concitate scene di lotta, di urla e di sangue, tutta la passione del protagonista per il concetto di libertà, per l’assoluta devozione alla solidarietà. E fa quasi male vedere come anche lui, così idealista, dovrà piegarsi all’inevitabilità della violenza, al dover scegliere per forza di cose contro chi stare, chi uccidere. Emozionante e un po’ nostalgico, il film resta fedele al libro e il regista, per nostra fortuna, non scivola nella tentazione di polemizzare e di rivisitare, allontanandosi da ogni possibile polemica.

Fania Petrelli


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