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IL
PARTIGIANO JOHNNY
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia:
Guido Chiesa
Sceneggiatura:
Guido Chiesa e Antonio Leotti, dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio
Fotografia:
Gherardo Gossi
Scenografia:
Davide Bassan
Costumi:
Marina Roberti
Musica:
Alexander Balanescu
Montaggio:
Luca Gasparini
Prodotto da:
Domenico Procacci
(Italia, 2000)
Durata:
135'
Distribuzione
cinematografica: Fandango
PERSONAGGI E INTERPRETI
Johnny: Stefano Dionisi
Nord: Claudio Amendola
Pierre: Andrea Prodan
Ettore: Fabrizio Gifuni
Nemega: Giuseppe Cederna
 
Alba, giorni seguenti al fatale 8
settembre 1943. L’Italia è divisa in due, lacerata da una guerra
civile. Al Nord l’ombra
della Repubblica di Salò e la residua ferocia dei nazisti rafforza
gli animi libertari della popolazione, facendo esplodere con una forza
incontrollabile la Resistenza. Il giovane Johnny, figlio di una certa piccolo borghesia agiata, appassionato di letteratura inglese,
decide di lasciare il suo rifugio sulle colline di Alba e di seguire un
gruppo di partigiani in partenza per le Langhe. Casualmente si unisce ad
una brigata "rossa" di ispirazione comunista,
compromettendo quella che non era stata una
scelta dettata da motivi politici. La sua spinta infatti è un’esigenza
di libertà, pura, svincolata da qualsiasi tipo di schema ideologico ed il suo impegno, in quell’inferno fatto di
freddo, fame, paura e morte, è incondizionato. Anche
quando deciderà di passare con gli "azzurri", gruppi formati
da ex soldati delle truppe regie, la sua sarà una scelta priva di
connotati politici, in virtù di quella voglia di sovvertire l’occupazione
nazifascista e di ridare all’Italia il suo respiro, come una
necessità imprescindibile.
A riaccendere ora, a cinquant’anni di
distanza, la riflessione su un periodo storico della nostra storia
ancora non lontano per essere giudicato acriticamente,
ci ha provato il regista Guido Chiesa, presentando all’ultima Mostra
del Cinema di Venezia l’atteso Il partigiano Johnny,
tratto dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio. E le polemiche, più
che sul film, si sono scatenate sulla controversa figura di questo
autore, poco schierato in un’epoca in cui era impensabile sottrarsi ad
una fede piuttosto che ad un’altra, anticomunista ma
anche contrario ad ogni forma di regime totalitario e
liberticida, fascista innanzitutto. L’opera, pubblicata a cinque anni
dalla sua morte, è stata più volte tacciata di qualunquismo e di
scarsa aderenza alla realtà, e forse proprio per questo il film che ne
è stato tratto non è in alcun modo una pellicola di carattere storico,
ma anzi rifugge da ogni possibile lettura in chiave critica del periodo
della Resistenza.
Ne viene fuori un ritratto umano, più che politico,
del personaggio, interpretato con grande convinzione da Stefano Dionisi che oscilla con facilità dall’euforia del coraggio
alla malinconia della solitudine, permettendoci di conoscere l’iter
profondo che fa di lui, ragazzo di provincia, combattente senza paura e
uomo. Il film non è un capolavoro, ma trasuda da quei
fotogrammi di paesaggi desolanti, da quelle concitate scene di lotta, di urla e di sangue, tutta la passione del protagonista per il
concetto di libertà, per l’assoluta devozione alla solidarietà. E fa
quasi male vedere come anche lui, così idealista, dovrà piegarsi all’inevitabilità
della violenza, al dover scegliere per forza di cose contro chi stare,
chi uccidere. Emozionante e un po’
nostalgico, il film resta fedele al libro e il regista, per
nostra fortuna, non scivola nella tentazione di polemizzare e di
rivisitare, allontanandosi da ogni possibile polemica.
Fania
Petrelli
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