Anno VI - Numero 17 - Dicembre 2000

I film del mese


HIMALAYA - L'INFANZIA DI UN CAPO
(HIMALAYA)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Eric Valli
Sceneggiatura
: Nathalie Azoulai, Oliver Dazat, Louis Gardel, Jean-Claude Guillebaud
Fotografia
: Eric Guichard, Jean Paul Meurisse
Scenografia
: Jerome Krowicki
Costumi
: Michel Debats, Karma Tundup Gurung
Musica
: Bruno Coulais
Montaggio
: Marie-Josèphe Yoyotte
Prodotto da
: Jacques Perrin, Cristophe Barratier
(Francia, 1999)

Durata
: 107’
Distribuzione cinematografica
: Lucky Red

PERSONAGGI E INTERPRETI

Tinle: Thillen Lhoudup
Pema: Lapka Tsamchoe
Karma: Gurgon Kyap
Norbu: Karma Tensing Nyama Lama
Pasang: Karma Wangiel

Siamo a Dolo, un piccolo villaggio imprigionato nel cuore dell’Himalaya, dove il sale è la merce che ogni anno un gruppo di scelti, ardimentosi carovanieri, porta a valle per essere scambiata con le razioni di grano. Al ritorno da una spedizione, il figlio del capo Tinle rimane ucciso per aver preso un sentiero troppo accidentato, inviso agli dei e perseguitato dall’ira dei demoni. Il vecchio attribuisce la colpa di questa ingrata morte al compagno di suo figlio, Karma, accusandolo di aver bramato il ruolo di capo che per successione doveva andare a suo figlio. Si apre una frattura: i giovani abitanti di Dolo, affascinati dal prestigio e dalla forza di Karma, scelgono di seguirlo nella prossima traversata coinvolti dalla sua risolutezza, mentre i più anziani, ancora fedeli a Tinle che oramai è accecato dall’odio, improvvisano un improbabile gruppo di carovanieri guidati dalle loro tradizioni e dai segnali divini. Pasang, il piccolo nipote di Tinle, diverrà, insieme alla madre e allo zio, l’unico e disorientato giovane della seconda carovana: coinvolto nell’impresa, l’occhio documentarista di questo fanciullo sarà spinto prematuramente verso un sentiero di osservazione e comprensione, che lo porterà ad equilibrare le inevitabili discordanze sorte tra memoria e rinnovamento. 

Lo stesso lavoro che Eric Valli, documentarista di professione, dispone con ineccepibile rigore sullo schermo, diluendo e mescolando i valori del documentario di fantasia con quello concettuale, testimoniando una tendenza tutta francese che, seppur con finalità diverse, si era già mostrata qualche anno fa nelle morbide pulsioni che armonizzavano le immagini di "Microcosmos". Mettendo da parte il tono delle vicende umane che, nonostante il fascino perpetuo ritrovato nelle evocazioni di un viaggio conradiano, di per sé potrebbero anche non entusiasmare, siamo tuttavia davanti ad uno splendido e trascinante esercizio di linguaggio fotografico. I chiaroscuri che delicatamente, come avvolti in un letargo millenario, ritmano i primi piani girati nel villaggio, si legano, con ineccepibile eleganza, al contrasto di una natura intrisa della vitale sacralità che ossessiona i dialoghi e il destino degli anziani mercanti. Un’ostinata sproporzione, lucidamente accolta, tra l’insufficienza dell’uomo e la luce che invade i lunghissimi piani dei dirupi innevati, davanti al cui accecante biancore l’occhio è tentato a ritrarsi. 

Questo film, costato al suo esigente regista quindici anni di rigido impegno, è un esempio meraviglioso di raccolta, di partecipazione e testimonianza; è un riuscito tentativo di saziare l’inesausta voracità dello sguardo che, attraverso la guida cosciente e selettiva del cinema, vuole ancora essere sfiorato e commosso da ogni angolo del mondo.

Francesco Russo


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