:
Filmauro
PERSONAGGI E INTERPRETI
Kim: Kim il regista
Jeff: Jeffrey Donovan
Erica: Erica Leerhsen
Tristen: Tristen Skylar
Stephen: Stephen Barker Turner

Un
gruppo di cinque ragazzi, attirato dall’idea di scoprire quanta
verità si nasconda dietro la storia del falso documentario "The
Blair Witch Project", decide di tornare sui passi dei tre
disgraziati studenti che, teoricamente, avrebbero perso la vita tra i
boschi di Burkittesville. Decidono di passare la prima notte proprio nei
pressi della casa sotto le cui macerie furono trovati i nastri girati
dai dispersi ma, inspiegabilmente, al loro risveglio scoprono che
qualcosa è accaduto, e non ne hanno conservata memoria: appunti a
brandelli, telecamere frantumate sulla roccia e videocassette nascoste.
Spaventati, abbandonano l’impresa e si rifugiano nella casa della loro
guida in cerca di spiegazioni. Tutto ciò che scopriranno è di aver
portato qualcosa con loro, uscendo da quei boschi; qualcosa che
lentamente li trascinerà in un delirante incubo, in una visionaria
maledizione forgiata nei secoli.
Quanto
più affligge nel vedere brutture come questa, è trovarle illecitamente
divulgate tra i film dell’orrore. Le loro trame scoperte e
i colpi di scena saccheggiati da un ampio sacco finiscono, senza via di
scampo, col conficcarsi in un atmosfera slegata
e precaria, forse, anche, per via di un linguaggio meccanico
che trasforma il cinema e sfrutta il genere adeguandosi ai ritmi e ai
procedimenti del video-clip. Vent’anni fa, un film come questo avrebbe
trovato il suo spazio soltanto tra le bacheche di una videoteca e mai,
nonostante numerosi, scadenti film horror (in un genere tanto prolifico,
d’altronde, sono inevitabili le oscillazioni qualitative: era una
demenza artistica già verificabile negli anni ’40 con le eccedenze
del noir) avremmo trovato nelle sale un lavoro così povero. L’imperdonabile
frivolezza di alcuni autori, si trasforma purtroppo nel danno d’oltraggio
e seppellimento di una forma cinematografica che ancora, a malincuore,
fatica nel veder riconosciuta la propria dignità.
Se
il cinema è anche, e forse nella sua pura manifestazione, arte dello
spettacolo, allora il cinema dell’orrore è il più riuscito teatro
per lo spettacolo della paura e, ancor più, dell’angoscia. L’ideazione
e poi l’allestimento di una realtà illogica, ma accettabile dalle
nostre suggestioni vacillanti e incontrollabili, non è un progetto
semplice, e tantomeno è un impegno da sottovalutare. E’ un laborioso
traguardo per il talento di artigiani che fanno, rispettando l’incidenza
di una tradizione, ancora cinema. Fare cinema vuol dire, a volte,
trasfigurare la realtà. L’horror si è sempre imposto, in molti casi
con risultati meravigliosi (i nomi, dagli anni ’20 ad oggi, potrebbero
perdersi in una lista incolmabile), il fine ultimo di manipolare lo
stato d’animo sgretolando, nella sua lunga e ruvida storia, la
sicurezza e il sollievo delle nostre nicchie. Negli anni, poi, in cui la
rappresentazione era ancora sacrificata ad un rogo che decideva il
visibile e l’invisibile, fu innegabile il suo contributo, da ignorato
tabernacolo, nella violazione di molte leggi di concetto: Scorsese
doveva intervenire a ricordarcelo. Purtroppo, film
come questo, sono soltanto un sovrappeso da scrollarsi di dosso.