Anno V - Numero 10 - Aprile  2000

Oscar 1999


L’OSCAR DELLA BRAVA GENTE

spacey.jpg (10113 bytes)Commentare l’Oscar è un peccato. Ma di certo veniale, visto l’alto numero di persone che lo commette. Un peccato inutile, se si tenta di sviscerare la caratura artistica delle scelte dell’Academy, o si riesuma la vecchia questione delle esclusioni. Perché non c’era Kubrick ? E perché avrebbe dovuto esserci, visto che non aveva ottenuto particolari nominations per film certo più importanti di Eyes Wide Shut, e visto che registi del calibro di Hitchcock non hanno collocato sullo scaffale di casa più di una statuetta alla carriera? La tentazione è forte: dispiace non vedere Jim Carrey, quando c’è Meryl Streep, saldamente avvitata alle poltroncine dello Shrine Auditorium. Ma come si possono biasimare oltre cinquemila giurati di estrazioni diverse, che difendono strenuamente l’establishment hollywoodiano ? L’Oscar 2000 (1999 per la contabilità) è stato tanto smarginato nella torrenziale durata quanto assolutamente ferreo nel rispetto del pronostico. Chi doveva vincere ha vinto, chi doveva perdere ha perso. Nella prima categoria è da inserire ovviamente American Beauty, anche se ha mancato l’appuntamento con i 5 Oscar principali, mercè l’outsider Hilary Swank. Senza troppo discutere sul valore o sulla pregnanza della critica sociale espressa dal film, si è trattato di una discreta boccata d’ossigeno per la Dreamworks di Spielberg, bastonata dal Principe d’Egitto e da Salvate il soldato Ryan ignorato lo scorso anno. Lo stesso regista è tornato in questa occasione a mostrarsi in pubblico, dopo la delicata operazione ad un rene che aveva fatto temere per la sua stessa vita. Tra i vincitori anche Matrix, che si è portato via tutti gli Oscar tecnici compreso quello significativo per il montaggio, confermando la bontà della sua realizzazione. E condannando nell’inferno dei perdenti Guerre Stellari I, rimasto a mani vuote. Pazienza per Lucas, il cinema del futuro è comunque il suo. ball.jpg (14378 bytes)È forse da iscrivere nel registro degli sconfitti anche Le regole della casa del sidro? Apparentemente sì, risultando una magra consolazione le statuette a Michael Caine e John Irving. Pure, aver portato sul podio con astute mosse pubblicitarie un film accolto con una certa freddezza alle sue prime uscite rappresenta un mezzo successo per la Miramax. Né pesa più di tanto la debacle di Mr.Ripley, troppo arzigogolato e compromesso con l’omosessualità per ripetere il successo del Paziente inglese. Vince Spacey, vince la Swank, vince Angelina Jolie, vince Phil Collins. Nella serata, timonata con il solito spirito dal redivivio Billy Crystal, è mancato un sussulto. Tanto è vero che solo l’Oscar per la miglior colonna sonora al qui da noi ignorato Violino rosso ha avuto il potere di scuotere il torpore dello spettatore notturno. Scrive sulla Repubblica Furio Colombo che questo Oscar con la vittoria di American Beauty e Almodovar si è "europeizzato". Passi forse per il "realismo" dell’interno familiare Spacey-Bening (nel quale pochissimi hanno magnificato l’importanza del voyeurismo, e dei dispositivi della visione): ma dimentica Colombo che Almodovar per sfondare negli Stati Uniti ha dovuto prendere tre quarti di Mankiewicz, un quarto di Cassavates e guarnire con del Sirk a piacere? Certo, obietterà qualcuno, Cassavetes era di origine greca, e Douglas Sirk si chiamava Detlef Sierck, quando sbarcò negli Stati Uniti. È invece il cinema americano che sente il bisogno di un rinnovamento generazionale, e lo ha cercato anche all’interno di questa mondana occasione. Passati trent’anni dall’incursione dei golden boys, Scorsese-Spielberg-Lucas-De Palma-Coppola (quelli sì influenzati da tanto cinema europeo ma formati a quella scuola irripetibile che fu la factory di Roger Corman), è l’ora che qualcun altro si presenti sul palco. E gli altri si chiamano Paul Thomas Anderson, trent’anni e già due film sopra le due ore, Spike Jonze, quelli che vengono dal cinema di genere alla Sesto senso e forse anche l’atipico inglese Mendes, di pura derivazione teatrale. Tutti sotto il protettivo, sardonico faccione di Kevin Spacey. The Insider non è stato nemmeno menzionato, e questo rappresenta un segnale. Ci sarà tempo per riparlarne. Le acque di Annette Bening, intanto, non si sono rotte per la premiazione. Tra il disappunto generale, l’Oscar più prevedibile del secolo non ha dato alla luce nessun figlio.

Riccardo Ventrella

I Premi Oscar 1999


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