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TITUS CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Julie Taymor
Sceneggiatura: Julie Taymor, sulla scorta del "Tito
Andronico" di William Shakespeare
Fotografia: Luciano
Tovoli
Scenografia: Dante Ferretti
Costumi: Milena Canonero
Musica: Elliot Goldenthal
Montaggio: François Bonnot
Prodotto da: Conchita Airoldi, Jody Patto, Julie Taymor
(USA, 1999)
Durata: 155'
Distribuzione cinematografica: Medusa
PERSONAGGI E INTERPRETI
Tito: Anthony Hopkins
Tamora: Jessica Lange
Saturnino: Alan Cumming
Aronne: Harry Lennix
Lucio: Angus MacFayden
Lavinia: Laura Fraser

Primo dramma con esito
tragico scritto (con ogni probabilità tra il 1589 ed il 1593) da William Shakespeare, il
"Tito Andronico" è esempio invero perfetto dun "genere"
teatrale tipico del periodo elisabettiano: la tragedia di vendetta. Lispirazione
fondamentale del testo nasce da Ovidio via Seneca: esso non disdegna, infatti, richiami
alla vicenda di Filomela e Progne narrata nel sesto libro delle "Metamorfosi",
donde nascono lidea dello stupro, del taglio della lingua e del pasto cannibalesco
finale; episodio, questultimo, associabile peraltro senza tema di smentita al
senechiano "Tieste".
Nelladattare per
immagini la pagina del bardo di Stratford-on-Avon, la regista Julie
Taymor - reduce dal trionfo del musical di Broadway "Il re leone", qui al
suo primo lungometraggio per il cinema - vi si mantiene sostanzialmente fedele, ma ricorre
a vari artifizi: ad esempio, la storia che scorre sullo schermo è vista attraverso lo
sguardo di Lucio, un bambino dodicenne nipote di Tito; inoltre, coesistono nel racconto
elementi figurativi, soluzioni scenografiche, costumi ed atteggiamenti appartenenti ad
epoche differenti.
Se lo scopo era quello di "attualizzare" il tutto, alludendo a problemi
della contemporaneità (il razzismo, linfanzia vittima delle guerre) ed adoprando il
filtro di unironia iperbolica, i risultati lasciano
perplessi: latitano qui, purtroppo, sia le felici intuizioni
liberty-fantastoriche del "Riccardo III" di Loncraine-McKellen sia la contagiosa
carica di iperrealismo kitsch presente nel "Romeo+Giulietta" di Baz Luhrmann.
Tra un Hopkins che, in
sottofinale, rifà il verso al suo Hannibal, personaggi
costantemente sopra le righe, discutibili sottolineature allinsegna
del caricaturale o duna risibile e pacchiana belluria, la pellicola si snoda
faticosamente per oltre due ore e mezza, facendoci tornare alla mente quella celebre
battuta di Bertolt Brecht che - interrogato sulla possibilità di rileggere senza troppe
remore i classici - affermò, lapidario: "Certo che si può, a patto di esserne
capaci". Giusto ciò che non accade con Julie Taymor.
Francesco Troiano
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