Anno V - Numero 10 - Aprile  2000

I film del mese


TITUS

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Julie Taymor
Sceneggiatura: Julie Taymor, sulla scorta del "Tito Andronico" di William Shakespeare
Fotografia: Luciano Tovoli
Scenografia: Dante Ferretti
Costumi: Milena Canonero
Musica: Elliot Goldenthal
Montaggio: François Bonnot
Prodotto da: Conchita Airoldi, Jody Patto, Julie Taymor
(USA, 1999)
Durata: 155'
Distribuzione cinematografica: Medusa

PERSONAGGI E INTERPRETI

Tito: Anthony Hopkins
Tamora: Jessica Lange
Saturnino: Alan Cumming
Aronne: Harry Lennix
Lucio: Angus MacFayden
Lavinia: Laura Fraser 

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1.jpg (12129 bytes)Primo dramma con esito tragico scritto (con ogni probabilità tra il 1589 ed il 1593) da William Shakespeare, il "Tito Andronico" è esempio invero perfetto d’un "genere" teatrale tipico del periodo elisabettiano: la tragedia di vendetta. L’ispirazione fondamentale del testo nasce da Ovidio via Seneca: esso non disdegna, infatti, richiami alla vicenda di Filomela e Progne narrata nel sesto libro delle "Metamorfosi", donde nascono l’idea dello stupro, del taglio della lingua e del pasto cannibalesco finale; episodio, quest’ultimo, associabile peraltro senza tema di smentita al senechiano "Tieste".

2.jpg (11602 bytes)Nell’adattare per immagini la pagina del bardo di Stratford-on-Avon, la regista Julie Taymor - reduce dal trionfo del musical di Broadway "Il re leone", qui al suo primo lungometraggio per il cinema - vi si mantiene sostanzialmente fedele, ma ricorre a vari artifizi: ad esempio, la storia che scorre sullo schermo è vista attraverso lo sguardo di Lucio, un bambino dodicenne nipote di Tito; inoltre, coesistono nel racconto elementi figurativi, soluzioni scenografiche, costumi ed atteggiamenti appartenenti ad epoche differenti.
Se lo scopo era quello di "attualizzare" il tutto, alludendo a problemi della contemporaneità (il razzismo, l’infanzia vittima delle guerre) ed adoprando il filtro di un’ironia iperbolica, i risultati lasciano perplessi: latitano qui, purtroppo, sia le felici intuizioni liberty-fantastoriche del "Riccardo III" di Loncraine-McKellen sia la contagiosa carica di iperrealismo kitsch presente nel "Romeo+Giulietta" di Baz Luhrmann.

3.jpg (10288 bytes)Tra un Hopkins che, in sottofinale, rifà il verso al suo Hannibal, personaggi costantemente sopra le righe, discutibili sottolineature all’insegna del caricaturale o d’una risibile e pacchiana belluria, la pellicola si snoda faticosamente per oltre due ore e mezza, facendoci tornare alla mente quella celebre battuta di Bertolt Brecht che - interrogato sulla possibilità di rileggere senza troppe remore i classici - affermò, lapidario: "Certo che si può, a patto di esserne capaci". Giusto ciò che non accade con Julie Taymor.

Francesco Troiano


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