Anno V - Numero 10 - Aprile  2000

Interviste


Intervista ad Oliver Stone

stone2.jpg (12515 bytes)Roma, 31 marzo, Hotel St. Regis, ore 14.00. Attendiamo l’entrata del regista americano Oliver Stone. Deve presentare il suo ultimo lavoro Ogni Maledetta Domenica, film che rappresenta il conflitto intestino del popolo americano metaforicamente tradotto nel campionato di Football USA. Al Pacino è Tony D’Amato, coach degli Sharks di Miami. E’ un utopista, in un mondo che muore, divorato dalla mercificazione degli uomini dal potere televisivo: difatti Cameron Diaz, ereditiera della squadra dal padre, ne vira gli interessi in direzione dello show-biz. Ed ogni personaggio ha uno spessore drammaturgico: il campione Jamie Foxx-Beamen, che al principio non riconosce la coscenza del gruppo, il campione ferito (Dennis Quaid) che ritrova coraggio per via della tenacia del coach, e così via. E Al pacino-D’Amato regalerà un colpo di teatro finale, in cui si traduce l’ombra di Stone. E’ un film con un ritmo vertiginoso, un montaggio a tempo di Rap e Techno, dove lo scontro fisico –archetipo stoniano e americano- giganteggia come un Titano sull’Olimpo.
Finalmente entra Oliver Stone, vestito con una giacca blazer blue e una polo giallo-limone. Ha i capelli spettinati ed è di buon umore.

3.jpg (15399 bytes)Ogni maledetta domenica è molto lontano da Platoon e Nato il 4 di luglio, eppure lei ha comunque rappresentato la violenza, ha fatto un film di guerra, di nuovo.
Mio figlio è qui con me. Gioca sempre con i videogame cruenti. Io chiedo cosa prova e lui mi dice che in questo modo si sfoga. Ecco io credo che il football sia una splendida valvola di scarico, frivola se volete, ma integrata nella tradizione americana. Eppure ho trovato enormi difficoltà a realizzare il film. La NFL non ha voluto concedermi i diritti per le uniformi e i nomi delle squadre, che quindi abbiamo dovuto creare ex novo dando spazio alla fantasia.

Insomma lei comunque parla del suo paese. Perché stavolta attraverso il football?
Perché è un mondo che conosco sin da bambino e potevo evidenziarne facilmente i mutamenti nel tempo, poi perché, come ho già ho accennato, è parte integrante della cultura americana.

Per quale squadra tifa?
San Francisco 49 ers. Fu una squadra che rivoluzionò il metodo classico di gioco. Modernissima.

4.jpg (14924 bytes)Perché il film ha un ritmo così serrato?
In America lo hanno criticato. Hanno definito Any Given Sunday un incrocio tra Platoon e Wall Street. Una guerra sul campo. In realtà è anche un film sulla guerra che ognuno di noi combatte nella vita quotidiana. Perché tutti vorremmo la pace, ma la pace non c’è, è un dato di fatto, è inutile illudersi che le cose vadano bene, non è vero, sono stupidaggini new age. Nel mondo ci sono almeno 40 guerre. Ne finiamo una e ne cominciamo un’altra. Mi hanno inoltre criticato perché nel film non si capiscono le regole del gioco. A me non interessava che lo spettatore conoscesse attraverso il film il football come gioco, io volevo riprodurre quel che accade emotivamente in campo, ecco perché l’intensità delle situazioni di gioco è scandita da un montaggio rapido. 3.200 tagli, sì, come un film di guerra: ricordate quella battuta de "L'Ultimo dei Mohicani"? "Il mondo è in fiamme, la foresta è in fiamme, tutto è in fiamme". OK?

Lei presenta il disgusto di Al Pacino-D’Amato per un mondo che tuttavia non abbandona ma che anzi alla fine riconquista secondo quelle che sono le sue romantiche pulsioni. Ha comunque speranza nei valori etici?
Splendido. Io ho inteso proprio comunicare come nella vita del football l’ingerenza deleteria della TV non abbia debellato chi, come me, crede ancora in una visione incontaminata del gioco. Vede, un tempo un quarter back non aveva alcun potere, le uniche sue armi erano la velocità e il lancio. Oggi un quarter back di talento è ubriacato dai contratti pubblicitari, vuole avere potere decisionale e deve anche conoscere cento schemi, cosa che nel ’50 era impensabile. E Beamen-Jamie Foxx è la transizione tra il vecchio e l’antico. Lui odia la tradizione, sta al coach farne un giocatore che abbini la tecnica dei padri con quella moderna.

2.jpg (13448 bytes)Nel film la figura di Cameron Diaz è tratteggiata come quella di una donna cattiva. Le donne allorché comandano sono diaboliche?
No. Conosco molte donne che gravitano intorno al mondo del football e che agiscono non con avidità, ma con fermezza, che è diverso: non sono misogino. Nel mondo dello sport le donne controllano con attenzione i guadagni dei loro uomini. E poi io ho raffigurato personaggi femminili di alto spessore morale: la protagonista di Heaven and Hearth ("Tra cielo e Terra" 1993), Joan Allen-Pat Nixon in Nixon (1995), la stessa Juliette Lewis in Natural Born Killers ("Assassini nati" 1994), certo, crudele, ma con un dramma alle spalle. Io non presto attenzione al sesso del personaggio, io indago prima il suo carattere. Amo le donne come le donne amano gli uomini dotati.

Il film ha un finale meno pessimista rispetto ad altre sue opere…
Sì. E’ una speranza che ancora il mondo in genere, e quello del football in particolare, ritornino ad una visione della vita più pacata… E’ un film sul cambiamento attraverso la sofferenza, perché soffrendo si cresce; ed è importante mutare la propria visione del mondo ed adeguarla ai tempi, come i personaggi di Any Given Sunday. Il film ha un finale solare, ecco perché non poteva essere un film da Oscar, perché ora negli States sono di moda film nichilisti…

5.jpg (15165 bytes)Ha avuto ancora problemi per il suo discusso Natural Born Killers?
Sì, come saprete uno scrittore (John Grisham, ndr) ha accusato il mio film di aver ispirato l’omicidio di un suo amico da parte di un ragazzo squilibrato. Poi è intervenuta l’alta corte che sta ancora trattando la vicenda. Io non credo che un film possa ispirare un omicidio. Il pericolo è se andranno al potere personaggi come Bush Jr., che non mi amano, sopratutto per la loro lotta alle droghe… Non sognano che di affondarmi, ma io li evito. Ho appreso questa tattica dai vietcong: quando loro pensano che mi difendo, io attacco, quando pensano che attacco mi difendo…

Ieri ricorreva il ventennale dell’uccisione dell’Arcivescovo di El Salvador, Romero. Oggi quella stessa carica è occupata da un   prelato che è anche generale di quelle stesse forze armate che uccisero il collega. Il cinema politico è sempre più debole della politica?
Certo! Purtroppo il mondo non lo può cambiare il cinema. Come regista io posso muovere le coscienze, ma se avessi voluto dirigere le sorti del mondo avrei fatto il politico a tempo pieno, o lo scienziato. Io posso soltanto rappresentare ciò che reputo ingiusto, poi il corso della storia è deciso da altri uomini…

Alcuni suoi personaggi sono connotati da una impronta fortemente elisabettiana, non ha mai pensato di fare un film da Shakespeare?
No, Shakespeare lo lascio fare a qualcun altro…

Mister Stone, si parla di un suo progetto con Kevin Costner e Catherine Zeta-Jones, che può dire in proposito?
Al momento Catherine è incinta di Michael (Michael Douglas, ndr), e anche se partorirà prima di dicembre, data per la quale dovremmo esser pronti ad iniziare le riprese, non si vorrà allontanare da Los Angeles con il bambino. E poi Michael pur dovendomi qualcosa per Wall Street (allude all’Oscar conseguito per la sua intepretazione nel 1987, ndr), non si fida a lasciare la moglie con due tipacci come me e Kevin! Comunque Costner vuole fare a tutti i costi questo film, che tratterà di una storia d’amore nell’arco di dieci anni, e che si svolgerà in quattro differenti nazioni.

Luigi Senise


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