Anno V - Numero 10 - Aprile  2000

I film del mese


OGNI MALEDETTA DOMENICA
(ANY GIVEN SUNDAY)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Oliver Stone
Sceneggiatura: John Logan, Oliver Stone
Fotografia: Salvatore Totino
Scenografia: Victor Kempster
Costumi: Mary Zophres
Musica: Robbie Robertson, Paul Kelly, Richard Horowitz
Montaggio: Tom Nordberg, Stuart Waks, Keith Salmon
Prodotto da:
(USA, 2000)
Durata: 151'
Distribuzione cinematografica: Warner Bros

PERSONAGGI E INTERPRETI

Tony D’Amato: Al Pacino
Christina Pagniacci: Cameron Diaz
Jack "Cap" Rooney: Dennis Quaid
Dr. Harvey Mandrake: James Woods
Willie Beamen: Jamie Foxx
Dr. Ollie Powers: Matthew Modine

ciak3.gif (1850 bytes)ciak3.gif (1850 bytes)

1.jpg (14902 bytes)Da "Quella sporca ultima meta" (1974) a "Colpo secco" (1977), da "Bull Durham" (1988) a "Basta vincere" (1994), il cinema sportivo made in Usa ha sempre pigiato sui tasti d’una limitata tastiera tematica: i valori di lealtà, coraggio virile, rispetto della tradizione connaturati all’attività agonistica; la volontà di emergere di uno o più personaggi dell’ambiente, la corruttela di altri; infine, la quantità d’interessi che ruotano intorno alle partite, la legge del profitto che s’impadronisce d’ogni zona dell’esistenza.
In Ogni maledetta domenica, ultima fatica registica di Oliver Stone, ritroviamo tutti i colori della tavolozza di cui sopra: un allenatore veterano, Tony D’Amato, è da trent’anni alla guida dei Miami Sharks, sempre rispettando i propri ideali di lealtà personale e professionale, sempre convinto che l’affrontarsi delle squadre significhi "molto più di una semplice vittoria"; Christina Pagniacci, giovane presidentessa e comproprietaria degli Sharks, ritiene che lo sport debba essere soltanto un buon investimento ed è disposta a molto transigere sui principi; Willie Beamen è una seconda riserva, un oscuro quarterback che trova per caso l’occasione della propria vita e s’innamora con pervicacia del successo, perdendo di vista le cose che contano.

3.jpg (15399 bytes)Costoro ed altri interagiscono per oltre due ore e mezza in un film corale, mosso, a tratti avvincente: tuttavia, appesantito dal troppo soffermarsi sulle fasi di gioco (oltretutto un gioco, il football americano, pressoché sconosciuto al pubblico europeo) e gravato da un sovrappiù di retorica che trasuda da discorsi, rituali, comportamenti.
Il pistolotto del trainer ai suoi "ragazzi", la furia gladiatoria dei medesimi, le grida sulla bellezza e necessità dell’uscir vincitori mentre sul terreno ossa si frantumano e globi oculari schizzano via (non metaforicamente) dalle orbite, appartengono alla logica d’un bellicismo virilista che non può che lasciar perplessi - od annoiare, nel migliore dei casi - gli spettatori in platea.

Francesco Troiano

Intervista a Oliver Stone


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