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VELVET GOLDMINE CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Todd Haynes
Sceneggiatura: Todd Haynes, James Lyons
Fotografia: Maryse Alberti
Scenografia: Andrew Munro
Costumi: Sandy Powell
Musica: Carter Burwell, Radiohead
Montaggio: James Lyons
Prodotto da: Christine Vachon
(INGHILTERRA, USA,1998)
Durata: 110'
Distribuzione cinematografica: LUCKY RED
PERSONAGGI E INTERPRETI
Curt Wild: Ewan McGregor
Brian Slade: Jonathan Rhys-Meyer
Mandy Slade: Tony Collette
Arthur Stuart: Christian Bale
 
Grazie a "Velvet Goldmine", torna il "glam", che
è poi l'abbreviazione di "glamour", vocabolo quasi intraducibile che riassume
tutto ciò che nel rutilante mondo dello spettacolo è lustrini, paillettes,
travestimento. Diretto magistralmente da Todd Haynes, il film ci riporta all'epopea del
glam-rock, quella stagione del rock britannico che all'inizio degli anni '70 fa il suo
ingresso esplosivo sulla scena mondiale con il suo look fantasmogorico e il suo sound
selvaggio. Furoreggiavano personaggi come Gary Glitter, i Roxy Music, i T-Rex e
soprattutto lui, David Bowie, nel suo periodo "spaziale" e travestito. Le
pailletes del glam-rock e il gioco d'incantesimi con cui Haynes apre il film, coincidono
idealmente con il giorno in cui nacque Oscar Wilde, venuto dal firmamento con in dote una
spilla verde smeraldo, simbolo che passerà di mano in mano fino al '74. Haynes ha il
gusto visionario della regia e l'amore per le scenografie colorate ed eccessive. Di fatto
il film è sì un atto d'amore per il glam-rock, ma è soprattutto un'analisi su come si
costruisce una pop-star.
Brian Slade (Jonathan Rhys-Meyers) esponente di punta del glam-rock prende d'assalto la
Gran Bretagna. Innumerevoli adolescenti rimangono conquistati e, seguendo le sue orme,
cominciano a dipingersi le unghie e ad esplorare la propria sessualità. Nella Londra del
'74 Slade decide di sparire mettendo in scena il proprio omicidio sul palco, esibendosi in
una nuvola di piume. E' tutta una finta, i giornali lo smascherano subito, ma intanto
Slade scompare mentre i suoi dischi vanno a ruba. L'idea è del manager
ingordo. Il pubblico lo odia, è stato escluso dal gioco di complicità e mascheramento,
dietro cui si nasconde qualcosa di sincero e di ostile all'industria musicale. Brian Slade
si è corrotto e con lui è finito anche il sodalizio artistico e sessuale del suo
"gemello" americano Curt Wild (Ewan McGregor). Una storia d'amore
transatlantica, che esclude amori etero, e dunque anche la moglie di Brian, Mandy (Tony
Collette) che li scopre, dissoluti e dissolti nell'eroina in un set alla Orson Welles,
citato nella magia fantasmatica di tanti drappi bianchi a ricoprire simulacri e fantasmi.
Luoghi irreali, misteriosi, così come l'intero film che parte da una domanda: "Che
fine ha fatto Brian Slade?". Se lo chiede un giornale di New York, dieci anni dopo,
che manda in Europa ad indagare il giovane cronista Arthur Stuart (Christin Bale), nonché
ex fan di Brian Slade, con cui visse le sue più intense emozioni. Attratto dalle labbra
rosse, i capelli gialli, gli abiti demodé barocchi e d'avanguardia del bellissimo corpo
di star bisex, Arthur torna sui luoghi del glam-rock e del suo amore di una notte con Curt
Wild (Ewan McGregor), sotto un cielo di stelle cadenti e di fuochi d'artificio.
Intervistando prima l'ex manager, poi l'ex moglie di Slade, Stuart ricostruisce la sua
folgorante carriera, e soprattutto l'incontro (artistico e sentimentale) con il rocker
americano e "maledetto" Curt Wild. Non vi riveliamo dove approda l'indagine di
Stuart (c'è un colpo di scena finale), vi invitiamo invece a vedere e ascoltare il film.
"Velvet Goldmine" è una scintillante parabola sulla nostra civiltà del look e
dell'apparenza, nonché una travolgente cavalcata nella musica di quegli anni.
Memmo Giovannini
Il disco
Al di la della storia la vera protagonista di questo film è
infatti la musica. Il glam rock, ebbe autentici picchi di popolarità durante lo snodarsi
degli anni '70. Chi preferì all'assalto collettivo l'edonistica rappresentazione creativa
si orientò a queste musiche camaleontiche; non la chitarra a tracolla delle "protest
song", ma accanto a strumentazioni classiche, fiati, ottoni e tastiere decadenti
prodotte da cantanti che affascinavano con teatralità, ambiguità, l'apparire androgino.
Fra piume di pavone, rimmel e lustrini di varia natura, un piccolo esercito di lord del
palscoscenico anticipò le scintille del punk nel bel mezzo del rock muscoloso
rollingstoniano e della disco music, fornendo ossigeno a pulsazioni eccentriche, erotiche
e provocatorie.
La
colonna sonora che è una vera e propria scrittura, ha mutamenti ben assemblati da Michael
Stipe, leader dei R.E.M. e insospettabile produttore di questa disincantata scaletta fra
originali di ieri e di oggi e cover dall'esito convincente. Dentro due supergruppi: The
Venus in Furs, che attingono a piene mani nel repertorio dei favolosi Roxy Music, e i
Wylde Rattz che rileggono in modo coriaceo "T.V. Eye" degli Stooges; ma anche
brani epocali come "Needle in the camel's eye" di Brian Eno, "Virginia
plan" dei Roxy Music, "Satellite of love" di Lou Reed e "Make me
smile" di Steve Harley. Le godibili riprese di "20th century boy" dei
Placebo e "Personality crisis" dei Teenage Fanclub & Donna Matthews e i
nuovi capitoli: "Hot one" degli Shudder to think e "The whole shebang"
dei Grant Lee Buffalo, sono altri passaggi di questa colonna sonora che non disdegna
lussuriosi confini. Come entrare in una pasticceria e sgranare gli occhi di fronte al
bancone.
M. G. |