Anno V - Numero 4 - Settembre 1999

56 Festival di Venezia


IL SOLITO E L’INSOLITO. Cronache veneziane.

La dolce incertezza che ha cullato le nostre notti veneziane, prigionieri del Lido, forzati del mattino presto e della sera tardi, pattuglia di cinefili-ciclisti col fiatone per la carenza d’allenamento. Il solito o l’insolito, nelle stanze del bianco Palazzo del Cinema? La risposta, come tutte le buone risposte, sta nel mezzo.

Il primo insolito ci si è parato dinanzi al nostro arrivo, ed è proprio lui, il buon Barbera, re valoroso laddove imperavano i soliti. Difficile per il nuovo direttore artistico cambiare in un solo anno una macchina pachidermicamente oliata come quella veneziana, ma tra un’incertezza e l’altra il cammino, il "nuovo inizio" come Barbera stesso lo aveva definito, pare almeno incoraggiante. Si è capito che non si dà festival senza un "vero" bagno di gossip, e senza strizzare l’occhio al cinema americano e ai suoi pontefici, come il Jack Valenti sbarcato al Lido per colloqui con l’onnipresente ministro Melandri. Insoliti i bagni di folla per la coppia Cruise-Kidman, per Cameron Diaz e Brad Pitt: tanta gente di fronte al Palazzone Bianco non la si vedeva da tempo.

Accompagnati da cotanta sigla iniziale con la solita Asia Argento cartoonizzata, siamo scesi nei meandri di un concorso così sonnacchioso da non poter quasi essere definito tale. Se Cannes-Cronenberg aveva premiato tra le polemiche gli insoliti, i Dardenne e i Dumont, Venezia-Kusturica ha scelto i soliti.
zhang.jpg (9672 byte)Duole dirlo, ma i soliti battuti a Cannes erano molto meglio dei soliti vittoriosi a Venezia. La squadra formata da Almodovar, Egoyan, Kitano e Lynch ha sfornato film decisamente superiori a quelli del quartetto Yimou-Kiarostami-Leigh-Campion. Il vecchio Zhang ha portato a casa un altro premio con Non uno di meno, film sensibile ma che poco aggiunge alla filmografia del regista cinese. Altrettanto si può dire di Le vent nous emportera, col quale Kiarostami, garantitosi la medagliona di consolazione, ha dichiarato di voler chiudere il suo rapporto "competitivo" con Venezia (meno male, altrimenti, contando anche la numerosa famiglia Makhmalbaf, si rischiava un campionato iraniano). Jane Campion ha rifatto con poche varianti, e minore ispirazione, Lezioni di piano, generando un Holy Smoke con pochi veri momenti da ricordare. L’atmosfera indiana e la Winslet seduttrice funzionano a metà, o meno, e non si può chiedere sempre tutto a un Harvey Keitel. Diverso il discorso per Leigh, che si è impegnato in un’avventura lontana dal suo solito, inseguendo i due geni dell’operetta inglese fine’800 Gilbert & Sullivan. Ne ha risentito la ferale ironia del regista, messa alla prova dall’accuratezza della ricostruzione storica. Non che gli insoliti in concorso meritassero attenzioni del tutto particolari. Il discusso coreano Bugie si è risolto in una teoria di belle mazzate sul sedere, da far temere per l’incolumità delle terga proprie, oltre che di quelle degli attori. Tonino De Bernardi è stato volenteroso e marginale come al solito, destinato a rimanere incompreso anche con questo Appassionate. Zanasi, l’altro italiano in lizza, ha sofferto la stessa sindrome dell’incompiutezza che si è abbattuta sul film di Muccino. Tanto A domani, quanto Come te nessuno mai, hanno buone idee, spunti interessanti, ma difettano della coesione necessaria per renderli opere veramente notevoli. Al di sopra delle aspettative il Banderas di Crazy in Alabama, il suo diploma all’esame di regia, peccato per Jesus Son di Alison Maclean, penalizzato forse dalla collocazione in fondo alla rassegna.

kiaro.jpg (11818 byte)Se a Cannes aveva prevalso una "certa idea di cinema", per Venezia è stato lecito chiedersi dove era il cinema. Generale affermazione per l’area asiatica, visto che il premio alla regia è andato a Diciassette anni, film perfezionato in parte in Italia. Normale amministrazione per gli autori "classici", nessuno dei quali si è troppo dannato l’anima: compreso Woody Allen, che con Sweet and Lowdown ha fatto comunque un film gradevole. La critica, invece, è stata assai solita, drammaticamente a corto di armi affilate per muoversi nell’agone festivaliero, ormai pronta per una partita di ping-pong, più che per un campo di battaglia. Quando ci si esalta per un film come Une liason pornographique, vuol dire che si sono passati gli ultimi quindici anni in ibernazione, perlomeno.

zhang2.jpg (12073 byte)Il sesso, buon filone di marketing di questa Mostra, ha messo a dura prova la pruderie di tutte le penne, che hanno stroncato, non sempre a torto, le masturbazioni monastiche di Harmony Korine nella sesta apparizione del Dogma, gli Amanti criminali di Ozon e i legionari di Claire Denis (Beau travail), per tacere delle sculacciate sudcoreane di Bugie. Ma disonesto è apparso il trattamento riservato a Guardami, di Davide Ferrario, opera drammaticamente altalenante quanto a qualità ma coraggiosa, indegna degli sguardi superficiali che hanno popolato quasi tutte le recensioni negative. Ora che le carte svolazzano sul lungomare, non ci restano che i nostri momenti insoliti, quelli che ricorderemo e sui quali, forse, mai con altri saremo d’accordo. Il divertente With or Without You, di Michael Winterbottom, il liquido Eye of the Beholder, di Stephen Elliott, e Fight Club, lo schiacciasassi di David Fincher tutto alla luce del neon, con cazzotti di sopraffina qualità e un volume di fuoco visivo del tutto inaudito. Il cinema tornerà, magari dall’anno prossimo. Grazie comunque, signor Barbera.

E Kubrick? Quasi dimenticavo. Il fantasma di Stanley ha aperto la Mostra con Eyes Wide Shut in anteprima europea. Un bel ritorno promozionale, con la sfilata di Nicole Kidman e Tom Cruise, e l’inutile ridda di morbose domande sulla lavorazione che hanno scocciato la scintillante Nicole. Lui, Kubrick, era felice per il suo ultimo scherzo ben riuscito: dipartendosi da questo mondo, ha lasciato alla holding matrimoniale più sorridente della storia del cinema la noia di interviste tutte uguali che questa volta, per contratto, non avrebbe potuto evitare.

Riccardo Ventrella