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IL SOLITO E LINSOLITO. Cronache veneziane.
La dolce incertezza che ha cullato le
nostre notti veneziane, prigionieri del Lido, forzati del mattino presto e della sera
tardi, pattuglia di cinefili-ciclisti col fiatone per la carenza dallenamento. Il solito o linsolito, nelle stanze del bianco Palazzo del
Cinema? La risposta, come tutte le buone risposte, sta nel mezzo.
Il primo insolito ci si è parato dinanzi
al nostro arrivo, ed è proprio lui, il buon Barbera, re
valoroso laddove imperavano i soliti. Difficile per il nuovo direttore artistico cambiare
in un solo anno una macchina pachidermicamente oliata come quella veneziana, ma tra
unincertezza e laltra il cammino, il "nuovo inizio" come Barbera
stesso lo aveva definito, pare almeno incoraggiante. Si è capito che non si dà festival
senza un "vero" bagno di gossip, e senza strizzare locchio al cinema
americano e ai suoi pontefici, come il Jack Valenti sbarcato
al Lido per colloqui con lonnipresente ministro Melandri. Insoliti i bagni di folla
per la coppia Cruise-Kidman, per Cameron
Diaz e Brad Pitt: tanta gente di fronte al Palazzone
Bianco non la si vedeva da tempo.
Accompagnati da cotanta sigla iniziale con
la solita Asia Argento cartoonizzata, siamo scesi nei meandri di un
concorso così sonnacchioso da non poter quasi essere definito tale. Se
Cannes-Cronenberg aveva premiato tra le polemiche gli insoliti, i Dardenne e i Dumont, Venezia-Kusturica ha scelto i soliti.
Duole
dirlo, ma i soliti battuti a Cannes erano molto meglio dei
soliti vittoriosi a Venezia. La squadra formata da Almodovar, Egoyan,
Kitano e Lynch ha sfornato film decisamente superiori a quelli del quartetto
Yimou-Kiarostami-Leigh-Campion. Il vecchio Zhang ha portato a casa un altro premio con Non
uno di meno, film sensibile ma che poco aggiunge alla filmografia del
regista cinese. Altrettanto si può dire di Le vent nous emportera, col
quale Kiarostami, garantitosi la medagliona di consolazione,
ha dichiarato di voler chiudere il suo rapporto "competitivo" con Venezia (meno
male, altrimenti, contando anche la numerosa famiglia Makhmalbaf, si rischiava un
campionato iraniano). Jane Campion ha rifatto con poche
varianti, e minore ispirazione, Lezioni di piano, generando un Holy
Smoke con pochi veri momenti da ricordare. Latmosfera indiana e la Winslet
seduttrice funzionano a metà, o meno, e non si può chiedere sempre tutto a un Harvey
Keitel. Diverso il discorso per Leigh, che si è impegnato in
unavventura lontana dal suo solito, inseguendo i due geni delloperetta inglese
fine800 Gilbert & Sullivan. Ne ha risentito la ferale ironia del regista, messa
alla prova dallaccuratezza della ricostruzione storica. Non che gli insoliti in
concorso meritassero attenzioni del tutto particolari. Il discusso coreano Bugie
si è risolto in una teoria di belle mazzate sul sedere, da far temere per
lincolumità delle terga proprie, oltre che di quelle degli attori. Tonino De Bernardi è stato volenteroso e marginale come al solito,
destinato a rimanere incompreso anche con questo Appassionate. Zanasi, laltro italiano in lizza, ha sofferto la stessa
sindrome dellincompiutezza che si è abbattuta sul film di Muccino. Tanto A
domani, quanto Come te nessuno mai, hanno buone idee, spunti
interessanti, ma difettano della coesione necessaria per renderli opere veramente
notevoli. Al di sopra delle aspettative il Banderas di Crazy
in Alabama, il suo diploma allesame di regia, peccato per Jesus Son
di Alison Maclean, penalizzato forse dalla collocazione in fondo alla rassegna.
Se a Cannes aveva prevalso una
"certa idea di cinema", per Venezia è stato lecito chiedersi dove era il cinema. Generale affermazione per
larea asiatica, visto che il premio alla regia è andato a Diciassette anni,
film perfezionato in parte in Italia. Normale amministrazione per gli autori
"classici", nessuno dei quali si è troppo dannato lanima: compreso Woody
Allen, che con Sweet and Lowdown ha fatto comunque un film gradevole. La
critica, invece, è stata assai solita, drammaticamente a corto di armi affilate per
muoversi nellagone festivaliero, ormai pronta per una partita di ping-pong, più che
per un campo di battaglia. Quando ci si esalta per un film come Une liason
pornographique, vuol dire che si sono passati gli ultimi quindici anni in
ibernazione, perlomeno.
Il sesso, buon filone di marketing di questa Mostra, ha messo a dura
prova la pruderie di tutte le penne, che hanno stroncato, non sempre a torto, le
masturbazioni monastiche di Harmony Korine nella sesta
apparizione del Dogma, gli Amanti criminali di Ozon e i legionari di Claire Denis (Beau travail),
per tacere delle sculacciate sudcoreane di Bugie. Ma disonesto è apparso
il trattamento riservato a Guardami, di Davide
Ferrario, opera drammaticamente altalenante quanto a qualità ma coraggiosa,
indegna degli sguardi superficiali che hanno popolato quasi tutte le recensioni negative.
Ora che le carte svolazzano sul lungomare, non ci restano che i nostri momenti
insoliti, quelli che ricorderemo e sui quali, forse, mai con altri saremo daccordo.
Il divertente With or Without You, di Michael Winterbottom, il liquido Eye of the Beholder,
di Stephen Elliott, e Fight Club, lo
schiacciasassi di David Fincher tutto alla luce del neon, con
cazzotti di sopraffina qualità e un volume di fuoco visivo del tutto inaudito. Il cinema tornerà, magari dallanno prossimo.
Grazie comunque, signor Barbera.
E Kubrick?
Quasi dimenticavo. Il fantasma di Stanley ha aperto la Mostra con Eyes Wide Shut
in anteprima europea. Un bel ritorno promozionale, con la sfilata di Nicole Kidman e Tom
Cruise, e linutile ridda di morbose domande sulla lavorazione che hanno scocciato la
scintillante Nicole. Lui, Kubrick, era felice per il suo ultimo scherzo ben riuscito:
dipartendosi da questo mondo, ha lasciato alla holding matrimoniale più sorridente della
storia del cinema la noia di interviste tutte uguali che questa volta, per contratto, non
avrebbe potuto evitare.
Riccardo
Ventrella
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