Anno V - Numero 4 - Settembre 1999

I film del mese


TUTTO SU MIA MADRE
(TODO SOBRE MI MADRE)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Pedro Almodovar
Fotografia: Alfonso Beato
Scenografia: Antxón Gómez
Musica: Alberto Iglesias
Montaggio: José Salcedo (I)
Prodotto da: Agustín Almodóvar
(Spagna/Francia, 1999)
Durata: 101'
Distribuzione cinematografica: Cecchi Gori Group

PERSONAGGI E INTERPRETI

Manuela: Cecilia Roth
Huma Rojo: Marisa Paredes
Rosa: Penélope Cruz
Agrado: Antonia San Juan
Nina: Candela Pena
Lola: Toni Canto
Esteban: Eloy Azonin .

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Il titolo originale Todo sobre mi madre riecheggia All about Eve (1950) di Mankiewicz, esplicitamente omaggiato nel film in una Bette Davis a tutto schermo doppiata in spagnolo (non nella versione italiana, probabilmente): la grande attrice fa ancora capolino nella cuffietta che serra i capelli di Huma Rojo, nel camerino, e nelle parole di quest’ultima: "ho iniziato a fumare per colpa di Bette Davis, per imitarla".

todo1.jpg (10141 byte)Tredicesimo lungometraggio firmato da Pedro Almodovar, Tutto su mia madre porta i segni d’una cinefilia al femminile esplicitata nella dedica finale, a tutte le attrici in parte di attrice: sfilano perciò nel corso dela pellicola la Blanche di Un tram che si chiama desiderio (1951), le "tre ragazze sole in un appartamento vuoto" di Come sposare un milionario (1953), la Fedora dell’omonimo film (1978) di Billy Wilder (l’apparizione al cimitero, in alto, del transessuale Lola).

Le citazioni mai però si fanno citazionismo in questo splendido, trascinante capo d’opera che incrocia il women’s film di cukoriana memoria con la commedia più o meno sofisticata, la vena sofferta e semiautobiografica de Il fiore del mio segreto (1995) con quella spumeggiante e scatenata di Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988): giunto al culmine della propria maturità espressiva, il regista spagnolo osa ormai l’inosabile, inventandosi una inedita forma di classicismo anticlassico di natura ossimorica e liberissima struttura.

todo2.JPG (12499 byte)Qui, nel raccontare il viaggio da Madrid a Barcellona di Manuela, ulcerata dalla perdita del figlio diciassettenne aspirante scrittore, desiderosa di render partecipe del proprio dolore un ex-compagno che non vede più da diciotto anni e che nel frattempo ha addirittura cambiato sesso, il Nostro inscena lo struggimento d’esser donne e la precaria eppur consolante solidarietà di sesso all’interno di un universo ginocentrico dove la presenza maschile è inesistente o solo incidentale: chiacchiere, liti, effusioni, risate e lacrime, confessioni sofferte e confidenze esposte, tacchi alti, rossetto, la smania di vivere, il fantasma della senescenza, il desiderio d’una qualche maturità, all’insegna della filosofia: "una è tanto più autentica quanto più assomiglia a quello che ha sognato di essere nella sua vita".

A momenti di straordinaria intensità drammatica (su tutti, la morte di Esteban, l’incidente che ne tronca l’esistenza come per caso, il pianto straziato e quasi incredulo della madre) si alternano sequenze di comicità travolgente (l’esibizione improvvisata di La Agrado, in teatro) senza soluzione di continuità o che ciò dia origine a stridori di sorta: tutto procede speditamente verso un finale che fornisce alla pena l’antidoto della vita, magari sotto forma d’un neonato che non chiede altro di crescere; e ti sorride, ti suggerisce che non tutto è finito, che qui o da qualche altra parte c’è sempre spazio per un nuovo inizio, per altri incontri, per nuove speranze. Basta crederci, basta soltanto volerlo fare.

Francesco Troiano


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