Anno V - Numero 5 - Ottobre 1999

I film del mese


IL VENTO CI PORTERA'  VIA
(LE VENT NOUS EMPORTERA)

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura, Montaggio e Regia: Abbas Kiarostami
Soggetto: Mahmoud Ayedin
Fotografia: Mahmoud Kalari
Musica: Peyman Yazdanian
Prodotto da: Martin Karmitz, Abbas Kiarostami
(Francia, Iran 1999)
Durata: 115'
Distribuzione cinematografica: BIM

PERSONAGGI E INTERPRETI

Behzad Durani e gli abitanti di Siah Dareh

vento.gif (23236 byte)Più passa il tempo, più mi convinco di due cose. Primo, tentando di parlare de Il vento ci porterà via, si finisce sempre per trattare d’altro, del come e del perché questo film sia diventato l’oggetto che è diventato. Secondo, la messe di parole adoperate da inchiostratori di varie fazioni per elogiare l’oggetto, ovvero il film, è del tutto sprecata, e detta in nome di chissà cosa. Nella prima notazione c’è in realtà un quid d’obbedienza alle volontà dell’autore. Perché Il vento ci porterà via racconta tutto, meno che se stesso. O meglio, non parla che di se stesso. Kiarostami fa i film per i festival, questo è assodato. Come lui, i vari componenti della famiglia Makhmalbaf, o tanti cineasti che vengono da Oriente. Si è capito che l’Europa, l’Italia in modo particolare, hanno sviluppato un certo qual gusto che porta ad apprezzare incondizionatamente una determinata classe di opere. A questa operazione ha dato il suo pervicace contributo una parte notabile degli inchiostratori suddetti, quelli che biasimano il cinema americano, predicano contro il cinema italiano, respingono con sdegno i verdetti di Cannes, e plaudono a qualsiasi cosa abbia una parvenza esotica. Se così non fosse, la stizza di Kiarostami alla premiazione veneziana per il mancato Leone troverebbe difficile giustificazione. Permaloso, Abbas, tanto da passare nell’antipatico novero dei registi che si lamentano dei premi non ricevuti, che conta membri illustri come il buon Angelopulos, altro paladino del "cinema di poesia". Ecco che già stiamo divagando.

Ma di che parla in fondo, Il vento ci porterà via ? Altro non fa che sprecare una buona idea, quella di un gruppo di forestieri che arrivano in un remoto villaggio del Kurdistan perché interessati ad una non meglio precisata cerimonia funebre. Se siano cineasti, archeologi o antropologi non è dato saperlo. All’oggetto delle loro attenzioni manca l’elemento principale, un defunto che permetta la celebrazione di un funerale. Il tempo si arresta, volendo prendere le cadenze della fiaba. A questo punto Kiarostami sceglie di applicare alla vicenda una prospettiva che distanzia il punto di vista, lo allontana. Perde i protagonisti, il contatto umano, frappone suoni e rumori, dà risalto ai paesaggi. Peccato che questo vuoto non sia colmato da null’altro che da una serie di belle immagini, da una costante ricerca dell’effetto pittorico. Di storia non v’è traccia. Che sia necessaria, è tutto da dimostrare. Che non sia sostituita da qualcosa di altrettanto corroborante, è fatto palese.

Il sospetto che si era insinuato con Il sapore della ciliegia, viene confermato da Il vento ci porterà via. Nulla a che vedere con la coesione stilistica di Attraverso gli ulivi, dove la stessa prospettiva lontanante suggeriva le difficoltà di comunicazione, sottolineava le distanze tra gli attori della vicenda. Era, in altre parole, giustificata dalla materia. Qui la materia ha fatto perdere le proprie tracce. A meno che non si ritenga tempo ben speso quello che si impiega nell’esegesi di un personaggio che scava una buca, che mai esce, che rimane senza una spiegazione convincente. O nelle comiche corse di un uomo che fugge sulla collina più alta per far funzionare il suo cellulare. Non sempre muoversi in quadro di Van Gogh è nota di merito bastante. Un cinema che non tolleriamo da Godard, lo accetteremo da Kiarostami?

Riccardo Ventrella


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