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PAZZI IN
ALABAMA
(CRAZY IN ALABAMA)CAST TECNICO
ARTISTICO
Regia: Antonio Banderas
Sceneggiatura: Mark Childress, dal suo romanzo omonimo
Fotografia: Julio Macat
Scenografia: Cecilia Montel
Costumi: Graciela Mazon
Musica: Mark Snow
Montaggio: Maysie Hoy, Robert C. Jones
Prodotto da: Meir Tepe, Linda Goldstein Knowlton, Debra Hill,
Diane Sillan Isaacs
(USA, 1999)
Durata: 109'
Distribuzione cinematografica: Columbia Tristar
PERSONAGGI E INTERPRETI
Lucille: Melanie Griffith
Dove: David Morse
Peejoe: Lucas Black
Earlene: Cathy Moriarty
Sceriffo J. Dogget: Meat Loaf
Giudice Mead: Rod Steiger
  
Finché ci provano attori "irregolari"
come Gary Oldman e Tim Roth,
paradossalmente il risultato è maggiormente prevedibile. Ma se è Zorro a mettersi dietro
la macchina da presa, i dubbi sono perlomeno leciti. Forse per questo dal cilindro di Antonio Banderas esce un film inatteso, di grande
mestiere, personale, finanche. Brevemente, lo si potrebbe definire la storia di
uneducazione sentimentale. Impartita, a grande distanza, da una zia in viaggio
dallAlabama verso Hollywood, dopo avere ucciso il marito che la costringeva ad una
vita di stenti ed oppressione. Ad un nipote tredicenne, Peter Joseph, che vive con uno zio
impresario di pompe funebri. In mezzo fatti diversissimi, lAmerica degli
anni60 che ancora tiene segregata la gente di colore, un telefilm-culto come Bewitched,
autisti di limousine, i pregiudizi del Sud e la coloratissima Las Vegas. Tutto tiene
mirabilmente, come in un rompicapo, con buona lena.
Il primo riferimento che salta alla memoria
cinematografica è Stand by me, non solo perché quindici anni fa la
parte di Peter Joseph sarebbe stata di River Phoenix, ma per la scoperta della vita
"vera", che si traduce in un assunzione di responsabilità, e per questa
concessione stephenkinghiana, Melanie Griffith che se ne va
in giro con la testa del consorte chiusa in una cappelliera. Loriginalità di Pazzi
in Alabama sta in questo doppio binario, nelle due storie che spesso si toccano
con i loro estremi. La commedia ed il dramma, il riso e la tristezza, lo scompiglio di
Hollywood e la dura realtà del Sud, con i suoi conflitti razziali, lottusità dei
bianchi, la fierezza dei neri. Generi che passano e si tramutano sullo schermo con il
semplice colpo di bacchetta di uninquadratura. Corre
per due terzi il film sulle ali di un ritmo indiavolato, sostenuto da Melanie Griffith,
alla quale Banderas regala un ruolo simile a quello di Qualcosa di travolgente.
Uno spartiacque tra il bene e il male, un rullo compressore che quando passa non lascia
nulla di immutato. Lì era Lulù, qua è Lucille, con qualche ruga di troppo per i
trentaquattro anni che dovrebbe dimostrare nella finzione. Il profilo delle labbra è
alterato, ma la verve del tutto immutata. Incespica inevitabilmente quando il road-movie
spegne i motori, ed inizia il processo alla volitiva donna. Un
sovrappiù di sentimentalismo sporca il meccanismo di qualche granello di polvere, e
costringe ad una brusca frenata.
Concessione che si può benissimo fare ad un
debutto, rispettoso di altre immagini già viste ed introiettate, di un cinema molto
americano per essere stato realizzato da uno spagnolo. Sa raccontare indubbiamente,
Banderas, con piacevole attitudine. Sfrutta attori di solito relegati nei panni dei
comprimari come protagonisti, e si giova di apparizioni celebri come quella di Robert Wagner e di Rod Steiger,
eccezionale come giudice. Un bel "primo passo", per Antonio.
Riccardo
Ventrella
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