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IL DOLCE
RUMORE DELLA VITA CAST TECNICO
ARTISTICO
Regia: Giovanni Bertolucci
Sceneggiatura: Mimmo Rafele, Lidia Ravera, Giuseppe Bertolucci
Fotografia: Fabio Cianchetti
Scenografia: Gianni Silvestri
Costumi: Grazia Colombini
Musica: Bevano Est
Montaggio: Federica Lang
Prodotto da: Massimo Ferrero, Letizia Colonna di Stigliano
(Italia, 1999)
Durata: 92'
Distribuzione cinematografica: Medusa
PERSONAGGI E INTERPRETI
Sofia: Francesca Neri
Bruno: Rade Serbedzija
Lolita: Rosalinda Celentano
Il giovane Bruno: Niccolò Senni

Il dolce rumore della vita ha un titolo bello e
aristocratico, viene da una poesia di Sandro Penna ("Io vorrei vivere
addormento/entro il dolce rumore della vita") citata sui titoli di testa; nei titoli
di coda invece, a chiudere il cerchio, appare un'altra poesia, quella di Attilio
Bertolucci. A cinque anni da Troppo sole, Giuseppe
Bertolucci torna con Il dolce rumore della vita, un film
rarefatto, con un elegante esercizio di stile che però evapora con il pubblico normale
delle sale.
In un gioco di rifrangenze e menzogne evocato sin
dall'inizio da un cartello ferroviario (siamo a Specchio Scalo), Bertolucci e la coppia di
sceneggiatori Mimmo Rafele e Lidia Ravera, costruiscono una storia di maternità adottiva
divisa in tre quadri. Tutto a inizio quando la giovane attrice Sofia, delusa dall'amante
regista, Bruno, rivelatosi gay, scappa dalle prove di un Otello teatrale immerso
nell'acqua. Nella toilette del treno trova un bambino appena partorito, lo raccoglie
spacciandolo a tutti per suo e dandogli come nome Bruno. Anni dopo, per vendicarsi, Sofia
farà credere al regista di avere avuto quel figlio da lui. Ma nel clima caldo e
avvolgente di Bagno Vignoni la rivelazione si perde tra le nebbie del disamore. Passano
altri dieci anni, Bruno junior ormai adolescente vede in televisione le ultime confessioni
del "padre", devastato dall'Aids e il rimpianto del morente, per non essere
stato vicino al "figlio", innesca una reazione violenta, destinata a sciogliersi
nel sottofinale, quando il ragazzo riconosce nell'enigmatica barista Lolita un'affinità
mai provata prima. "Io ho cancellato tutto", dice Sofia. "No, tu hai
inventato tutto", protesta il figlio.
E' un melodramma
raffreddato, immerso in un Non-Luogo dai connotati metafisici, quello che
si riverbera ne Il dolce rumore della vita. Bertolucci forse ossessionato
dalla povertà visiva del cinema italiano, inventa con l'operatore Fabio Cianchetti e lo
scenografo Gianni Silvestri una densa ambientazione di sapore onirico dove trionfano le
inquadrature sghembe o deformate, i cromatismi accesi tendenti al rosso o al giallo, le
macchine teatrali di scena, tutto sotto lo sguardo di un sorridente Benigni di cartone
omaggiato di sguincio.
Preponderante sul racconto, la messa in scena finisce con l'ingessare tutti gli
interpreti, rendendoli personaggi di una brutta rappresentazione teatrale, a partire da Rade Serbedzjia, nella parte del regista tutto genio e
sregolatezza, mentre Francesca Neri, Niccolò
Senni e Rosalinda Celentano si muovono con accenti
più toccanti negli impervi ghirigori del destino che una orrenda sceneggiatura riserva
loro.
Memmo Giovannini
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