Anno V - Numero 6 - Novembre 1999

I film del mese


LA RAGAZZA SUL PONTE
(LA FILLE SUR LE PONT)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: Patrice Leconte
Sceneggiatura: Serge Frydman
Fotografia: Jean-Marie Dreujou
Scenografia: Yvan Maussion
Costumi: Annie Périer
Montaggio: Joëlle Hache
Prodotto da: Christian Fechner
(Francia, 1999)
Durata: 90'
Distribuzione cinematografica: Key Films

PERSONAGGI E INTERPRETI

Adele: Vanessa Paradis,
Gabor: Daniel Auteil

ciak3.gif (1850 byte)ciak3.gif (1850 byte)

1.jpg (8518 byte)Sulla schiena del cinefilo per lungo tempo è corso il timore di aver perduto uno dei più promettenti talenti cinematografici dalla fine degli anni Ottanta in poi. Tra i soldati di quell'epoca, molti sono stati i caduti sul campo: chi si ricorda per esempio di Eric Rochant, regista dell'invitante e drammatico Un mondo senza pietà?

La stessa china stava percorrendo Patrice Leconte, da Tango al veramente inspiegabile Uno dei due. Nel quale si stentava a riconoscere il rigore lindo de Lo strano caso di Mr.Hire, o il colorato, onirico universo de Il marito della parrucchiera. A leggerne gli estremi sulla carta, questa Ragazza sul ponte prometteva di essere foriero di un nuovo scivolone. Pur senza entusiasmare in toto, Leconte riesce invece a confezionare un film perlomeno all'altezza della sua fama. Sarà il bianco e nero, che attira e affascina. Sarà questa storia di sapore circense, intrecciata con un viaggio che segmenta l'Europa verso il destino, e segna d 'amore una cartina ideale. Sarà la distanza prefissata che separa il lanciatore di coltelli (il lui che salva la ragazza sul ponte da un suicidio certo) dal suo bersaglio, il gesto esatto, il mettere la propria vita nelle mani, o nella precisione di un'altra persona: ma c'è una tensione, ossessiva e continua, che fa dimenticare parzialmente le lungaggini di sceneggiatura, e qualche momento di smarrimento del racconto. Un melodramma, ancorato a luoghi classici, come il circo, e che luoghi classici rievoca. Il fatto che tutto non vada sempre a finire come si vorrebbe, o che l'amore si presenta come il più incerto dei giochi, come affidare coltelli ad un lanciatore miope. Dà inaspettatamente i suoi frutti la fotogenia di Vanessa Paradis, per una volta fuori dai panni dell'adolescente pruriginosa o ribelle. Credibile, nel ruolo di una ragazza piena di problemi e circondata da psicologi, credibile per la sua presenza, il suo volto, se non per le battute che pronuncia. Cementificato invece Daniel Auteuil, da qualche film in fase di pericolosa involuzione espressiva.

Leconte ci mette tutta la sua capacità di raccontare sfumando i contorni, tenendo il nocciolo della vicenda sempre bene in vista, illuminato da una fotografia chiara, che ritaglia le figure. Il mistero sta ai bordi, nello scambiarsi dei corpi, in una dimensione che è di sogno o forse no. Qui albergano anche i rallentamenti del ritmo, i passaggi a vuoto, dove tutto è troppo sottolineato, e si sente sotto sotto un certo sapore di Carax, imitato ma non raggiunto. Per Leconte, il primo auspicabile tornante di una nuova salita.

Riccardo Ventrella


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