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LA
POLVERIERA
(BURE BARUTA)CAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: Goran Paskaljevic
Sceneggiatura: Dejan Dukovski, Goran Paskaljevic, tratto dal
testo teatrale "Bure Baruta"
Fotografia: Milan Spasic
Scenografia: Milenko Jeremic
Musica: Zoran Simjanovic
Montaggio: Petar Putinkovic
Prodotto da: Antoine de Clermont, Tonnerre, Goran Paskaljevic
Durata: 100'
(Francia, Macedonia, Grecia e Turchia, 1998)
Distribuzione cinematografica: Medusa
INTERPRETI
Miki Manojlovic, Lazar Ristovski, Mirjana Jokovic, Sergej
Trifunovic
  
"Il fumo uccide", dice
un tassista belgradese a un concittadino appena tornato dall'estero, e continua: "Se
mi trovassi a New York non fumerei, ma tanto qui tutto uccide". Inizia così La
polveriera, film del cinquantaduenne regista serbo Goran
Paskaljevic presentato con successo all'ultima Mostra del Cinema di
Venezia.
La polveriera è una delle poche pellicole che si
siano occupate della situazione della Serbia di questi anni. Il film acquista un
significato ulteriore alla luce dei recenti avvenimenti, possiede una carica molto forte
che lascia il segno negli spettatori. Si tratta di brevi storie, più o meno violente e
concatenate fra loro, tutte di scena a Belgrado,
in una sola metaforica notte che non accenna ancora a terminare. Secchi, taglienti,
esplosivi sono gli incroci furenti de La polveriera, che celebra
sarcasticamente il vuoto pneumatico di una Belgrado satura di profughi, prosciugata dal regime di Milosevic, dall'embargo, dalle tensioni
etniche e politiche, dalla Bosnia e dal Kosovo e dagli effetti della guerra e dei suoi
profittatori. Paskaljevic, mette in scena le eccentriche traiettorie di personaggi
sfuggiti ad ogni controllo: volti ghignanti, ringhiosi o tristi che brindano alla violenza
crudele dell'instabilità a colpi di humour nero. Pensare che Belgrado, una volta, era la
città più attiva culturalmente, tra quelle della ex Jugoslavia.
Il progetto del film prende spunto dall'omonima "pièce"
teatrale del ventiseienne macedone Dejan Dukovski,
con la differenza che nella versione teatrale le scene accadevano in un periodo di tempo
più lungo, mentre nel film sono concentrate in una notte e in una sola città. Un aspetto
tragicamente presente è l'apatia; espressa in una delle scene paradigmatiche del film
dove l'autista di un autobus si ferma a lungo a prendere un caffè e i passeggeri non
reagiscono. Nel cast ci sono i migliori attori serbi che hanno voluto farne parte
nonostante la brevità delle scene e senza conoscere il contenuto delle altre storie.
Questo film è di per sé singolare, la produzione è riuscita a mettere insieme Francia,
Macedonia, Grecia e Turchia, ma l'anima di questa avventura cinematografica è senza
dubbio il regista, Goran Paskaljevic, al suo undicesimo lungometraggio. Di origine serba,
si è formato alla Famu, la famosa accademia di cinema di Praga in cui hanno studiato
molti suoi compatrioti, Karanovic, Markovic, Zafranovic. Paskaljevic vive tra Parigi e
Belgrado, fatto che gli ha consentito di valutare gli avvenimenti con un'ottica diversa.
Il film è profondamente politico ma non è un "pamphlet" e si comprende perché
il filoserbo Emir Kusturica non voleva che
il film andasse alla Mostra di Venezia.
Memmo Giovannini
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