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Stigmate
Un santo vagabondo, raccontato a fumetti.
Stigmate
Di Lorenzo Mattotti e Claudio Piersanti
Einaudi, pp. 186, 22.000 lire
Stigmate, il libro a fumetti realizzato da Lorenzo Mattotti e Claudio Piersanti,
non è un'opera facile ma certamente una storia commovente nel senso originario del
termine. Stigmate muove parallelamente con le parole e le immagini corde
molto profonde, poiché racconta di sangue, santità, emarginazione e lo fa con una
durezza inusitata. Mattotti, uno dei maggiori illustratori e fumettisti della scena
internazionale e Piersanti, scrittore scabro e rigoroso, narrano di un vagabondo che
riceve una grazia non attesa e non voluta, le stigmate, e di come ciò stravolga la sua
vita. E' dunque la storia di un santo di periferia in una città indifferente, santo che
si innamora di una giostraia, la perde, finisce in manicomio e, nonostante tutto, con le
unghie e i denti riesce a sopravvivere persino all'odore di santità che si ritrova
addosso. In questo percorso l'uomo è attraversato da illuminazioni e visioni mistiche,
mentre chi gli sta attorno o gli è ostile o l'adora.
Creare un racconto disegnato su un tema del genere, che ha
assonanze con La leggenda del santo bevitore di Joseph
Roth, non è cosa da poco, eppure Mattotti e Piersanti sono riusciti a creare un piccolo capolavoro. L'intreccio, infatti, tra scrittura e segno grafico è
assolutamente fluido, così che lo spessore del testo e la qualità del disegno riescono a
tenersi assieme in un continuo crescendo, quasi doloroso per il lettore.
Stigmate è la prova concreta che il fumetto non è
un genere ma un mezzo narrativo, come il cinema o la letteratura; e che, come questi, può
venire usato per realizzare opere banali o molto complesse. E' proprio la complessità
delle emozioni e dei sentimenti evocati che costituisce il nucleo del libro, un nocciolo
caldo di amore e dolore assolutamente ustionante rispetto all'innocuità di molta
narrativa attuale. Resta da dire che le parole di Piersanti riescono a dar voce credibile
a un moderno mistero medievale e che il tratto di Mattotti è particolarmente nervoso e
febbricitante fino a esplodere in un finale che è
paragonabile per intensità solo alle immagini di un grande artista dei primi del secolo,
Frans Masereel.
Memmo Giovannini
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