HAPPINESS
FELICITA'
(HAPPINESS)CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Todd Solondz
Sceneggiatura: Todd Solondz
Fotografia: Maryse Alberti
Scenografia: Therese DePrez
(USA, 1998)
Durata: 140'
Distribuzione cinematografica: LUCKY RED
PERSONAGGI E INTERPRETI
Joy: Jane Adams
Helen: Lara Flynn Boyle
Trish: Cynthia Stevenson
Bill: Dylan Baker
Allen: Philip Seymour Hoffmann
Andy: Jon Lovitz
Lenny: Ben Gazzara
Ann Chambeau: Marla Maples
Diane: Elizabeth Ashley
Mona: Louise Lasser




La frase di Thomas Bernhard ("Senza imbarazzo, la gente affema di avere avuto
un'infanzia felice, mentre la loro è stata sicuramente un'infanzia infelice") posta
in esergo a "Fuga dalla scuola media", precedente lungometraggio di Todd Solondz
vincitore di un premio al Sundance Film Festival, potrebbe tranquillamente attagliarsi
anche a questo "Happiness", autoderisorio fin dal titolo: solo che qui il
bersaglio è l'età adulta, vissuta all'insegna di una repressione di istinti e pulsioni
talmente forte da generare malessere, frustrazioni, angosce insostenibili solo raramente
destinate a liberarsi nello sfogo o quantomeno in qualcosa che assomigli alla cognizione
del dolore.
A questo riguardo, l'episodio introduttivo è di cartesiana chiarezza: in un ristorante di
lusso, una donna comunica ad un uomo di non provar niente per lui, di sentire che non c'è
spazio per alcun genere di rapporto tra loro; egli sembra prenderla bene, le mostra i
regali che le avrebbe fatto se avesse accettato di sposarlo, poi s'infuria, rivendica la
propria superiorità, le dice di aver perso una grande occasione.
Come dicevamo prima, oscillazione tra pena contenuta o espressa, calma impassibile ed
impossibille od esplosione subitanea: nulla dà salvezza (lo spasimante respinto, sapremo
dopo, si è tristemente tolto la vita), per coloro che rantolano in silenzio il contesto
sociale e familiare attutisce contiene riassorbe, per gli altri (lo psicoterapeuta Bill,
affetto da pedofilia che s'appalesa in uno scandalo) c'è la gogna dell'immediata
espulsione dalla collettività.
Solondz racconta i casi dei suoi personaggi con una lucida ed implacabile ferocia fondata
sulla freddezza dello sguardo, senz'astio o risentimento ma neppure traccia alcuna di
pietas: così da sottoporre lo spettatore ad un impatto devastante, tramite un'opera
infruibile secondo i canoni consueti ed irriducibile a schemi di qualunque genere.
Caratteristica, ci pare, di molto grande cinema trasgressivo: come pure l'ostracismo in
patria (il Sundance ha respinto il film, che ha pure serie difficolta di distribuzione
negli States malgrado l'ottima accoglienza ricevuta a Cannes), dall'epoca di Welles un
trattamento riservato a molti di quei cineasti capaci di descrivere senza infingimenti di
sorta quei verminai che a nessuno fa piacere vengano scoperchiati.