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Romance di Catherine Breillat,
molto sesso, però dolente e cerebrale.
Marie (Caroline Ducey)
è una giovane maestra, gelosa e disinibita al contempo, ama Paul (Sagamore
Stèvenin), un ragazzo bello quanto algido, esangue e asettico che vive in un
appartamento tutto bianco e non vuole più fare l'amore con lei. Marie, è alla ricerca
sensuale e mistica di un amore che non sia solo romantico ma anche fisico, inizia così il
suo viaggio erotico per uscirne, alla fine, luminosa e pura. In un bar incontra il vedovo
Paolo (Rocco Siffredi) e, per mettersi alla prova o per
curiosità, se lo gode. Quest'avventura la lascia malinconica e insoddisfatta. Solo con il
maturo Robert, il preside (François Berléand), Marie
sperimenta un piacere intenso e con esso torna la voglia di vivere, di
colorarsi, di mangiare e bere.
Robert è uno specialista di pratiche
sado-maso, feticista colto, soave e esperto in pratiche di bondage; ha posseduto più di
diecimila donne (tiene una documentazione completa con nomi, date e circostanze) e
filosofeggia abbondantemente sul sesso. Sarà lui ad assisterla nel parto, dal quale non
nasce solo il figlio di Paul, ma simbolicamente una nuova Marie. Paul è un uomo che Marie
ormai, non ama più. La nascita del suo bambino coincide con la sua morte per
un'esplosione nel suo appartamento dove dorme pesantemente, distrutto dall'alcol.
Tre uomini,
tre varianti dell'erotismo maschile. Incuriosita dal mondo del porno e
insieme capace di distaccarsene nella messa in scena del sesso esplicito, la Breillat ha
uno sguardo sincero e, se certi dialoghi suonano fasulli ("La
bellezza si nutre di ignominia e ci sguazza dentro"), certamente il
bel volto di Caroline Ducey ne custodisce i segreti di una sessualità femminile che
forse, a noi maschietti, fa ancora paura.
Il fantasma di Don Giovanni aleggia
da sempre sulle vestigia del porno, che moltiplica all'infinito lo spettro di un briccone
divino annidato nelle nostre coscienze: fottere tutto per raggiungere uno stato
superumano, avere di fronte il proprio destino di desiderio, la coscienza del proprio
sguardo, l'eccitazione dell'astante. Infatti, se Dio è onnipotente, onnipresente e
onnisciente, gli adoratori dell'orgasmo filmico identificano in quell'icona che è
l'eiaculazione una possibile spinta al divino. In quel porsi di fronte all'accoppiamento
senza veli, in quell'osservare i corpi nudi degli attori, senza la protezione del ruolo,
schiacciato da una verità lampante e concreta, lo
spettatore assiste e partecipa a un tentativo, essenziale e disperato di sfuggire la morte
mentre si manifesta. Restando sui margini dell'abisso, davanti al porno
egli supera i limiti della finzione cinematografica, quella sintesi magnifica della
caverna platonica che è l'attore sulla scena, in una lotta tra la maschera e la carne,
fra ciò che si vorrebbe essere, fra il mondo delle cose e quello delle idee. In questa
lotta del cinema verso una verità impossibile, c'è tutta la bellezza sfuggente della
vita, nella predominanza carnale, effettuale del porno; c'è la coscienza di rappresentare
il meccanismo fondante di riproduzione e morte. L'atto sessuale nella sua concezione
naturale unisce nella fecondazione, estremo piacere e estremo dolore, in una strategia che
di lì a poco si rovescerà nell'estremo dolore e nell'estremo piacere del parto. Ogni
riproduzione, ponendo di fronte all'uomo una copia futura di se stesso, segna
concretamente la direzione del suo destino. L'orgasmo senza
riproduzione, come puro atto accecante di passione e reiterazione infinita del piacere, è
l'illusione della vita eterna. Ed è in questa icona che il pubblico
maschile del porno incosciamente si riconosce, identificando nell'esasperazione della
conoscenza carnale la propria potenza, mentale e fisica, assimilando visione e azione in
un unicum di energia (secondo una concezione per cui vedere desiderando è già godere),
godendo della propria posizione di spettatore. Esso però rischia di sbagliare strategia e
di sortire un effetto contrario. Non è infatti l'atto che è divino, ma il desiderio che
lo sovrintende, quella spinta che sconfina nella speranza, nella fede, nella carità verso
gli altri, quell'emozione intensa che si nutre della sua stessa incompiutezza.
Finalizzando il tutto all'orgasmo, all'esplicitazione, all'esibizione del piacere visivo e
sonoro, il porno va in senso opposto e stimolando l'eccitazione erotica, induce i suoi
abituali spettatori all'imitazione copulatoria o all'onanismo solitario; esaurendone in
breve il desiderio e ristabilendone fulmineamente la calma della morte.
Per questo Romance, si
può vedere più volte senza giungere alla noia terrificante del porno. Il film porno, una
volta esaurita la sua funzione occasionale, si rimuove dalla coscienza. Alla fine dello
spettacolo porno ciò che rimane nella retina della spettatore è il proprio occhio
riflesso sullo schermo, la sindrome del desiderio, nascosta nel mistero di un atto
sessuale soltanto sognato. Il desiderio se ne è andato insieme all'orgasmo
(visto/vissuto): resta il vuoto di un divino piacere che si è spogliato delle sue
stimmate per ritornare alla condizione umana. Da qui un dolore di vivere che si fa vizio,
assurdo, reale, concreto. Per questo alla fine del film la protagonista, dopo tante
proiezioni fantastiche del suo desiderio, vive con gioia la nascita, che cancella il mito
impossibile dell'onnipotenza maschile. Al fottitore virtuale del porno resta allora il
silenzio muto di Don Giovanni, l'attonito stupore di Narciso, il buio sordo dell'Angelo
ribelle.
Memmo Giovannini
ROMANCE
CAST TECNICO ARTISTICO
Sceneggiatura e Regia:
Catherine Breillat
Fotografia: Yorgo Avanitis
Musica: Raphäel Tidas, DJ Valentin
Montaggio: Agnés Guillemot
Scenografia: Frédérick Belvaux
Costumi: Anne Dunsford-Varenne
Prodotto da: Jean François Lepetit
(Francia, 1999)
Durata: 95'
Distribuzione cinematografica: Mikado
PERSONAGGI E INTERPRETI
Marie: Caroline Trousselard
Paul: Sagamore Stevenin
Robert: François Berléand
Paolo: Rocco Siffredi
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