Anno V - Numero 2 - Giugno 1999

Romance


Romance di Catherine Breillat,
molto sesso, però dolente e cerebrale.

Marie (Caroline Ducey) è una giovane maestra, gelosa e disinibita al contempo, ama Paul (Sagamore Stèvenin), un ragazzo bello quanto algido, esangue e asettico che vive in un appartamento tutto bianco e non vuole più fare l'amore con lei. Marie, è alla ricerca sensuale e mistica di un amore che non sia solo romantico ma anche fisico, inizia così il suo viaggio erotico per uscirne, alla fine, luminosa e pura. In un bar incontra il vedovo Paolo (Rocco Siffredi) e, per mettersi alla prova o per curiosità, se lo gode. Quest'avventura la lascia malinconica e insoddisfatta. Solo con il maturo Robert, il preside (François Berléand), Marie sperimenta un piacere intenso e con esso torna la voglia di vivere, di colorarsi, di mangiare e bere.

Robert è uno specialista di pratiche sado-maso, feticista colto, soave e esperto in pratiche di bondage; ha posseduto più di diecimila donne (tiene una documentazione completa con nomi, date e circostanze) e filosofeggia abbondantemente sul sesso. Sarà lui ad assisterla nel parto, dal quale non nasce solo il figlio di Paul, ma simbolicamente una nuova Marie. Paul è un uomo che Marie ormai, non ama più. La nascita del suo bambino coincide con la sua morte per un'esplosione nel suo appartamento dove dorme pesantemente, distrutto dall'alcol.

Tre uomini, tre varianti dell'erotismo maschile. Incuriosita dal mondo del porno e insieme capace di distaccarsene nella messa in scena del sesso esplicito, la Breillat ha uno sguardo sincero e, se certi dialoghi suonano fasulli ("La bellezza si nutre di ignominia e ci sguazza dentro"), certamente il bel volto di Caroline Ducey ne custodisce i segreti di una sessualità femminile che forse, a noi maschietti, fa ancora paura.

1.jpg (5736 bytes)Il fantasma di Don Giovanni aleggia da sempre sulle vestigia del porno, che moltiplica all'infinito lo spettro di un briccone divino annidato nelle nostre coscienze: fottere tutto per raggiungere uno stato superumano, avere di fronte il proprio destino di desiderio, la coscienza del proprio sguardo, l'eccitazione dell'astante. Infatti, se Dio è onnipotente, onnipresente e onnisciente, gli adoratori dell'orgasmo filmico identificano in quell'icona che è l'eiaculazione una possibile spinta al divino. In quel porsi di fronte all'accoppiamento senza veli, in quell'osservare i corpi nudi degli attori, senza la protezione del ruolo, schiacciato da una verità lampante e concreta, lo spettatore assiste e partecipa a un tentativo, essenziale e disperato di sfuggire la morte mentre si manifesta. Restando sui margini dell'abisso, davanti al porno egli supera i limiti della finzione cinematografica, quella sintesi magnifica della caverna platonica che è l'attore sulla scena, in una lotta tra la maschera e la carne, fra ciò che si vorrebbe essere, fra il mondo delle cose e quello delle idee. In questa lotta del cinema verso una verità impossibile, c'è tutta la bellezza sfuggente della vita, nella predominanza carnale, effettuale del porno; c'è la coscienza di rappresentare il meccanismo fondante di riproduzione e morte. L'atto sessuale nella sua concezione naturale unisce nella fecondazione, estremo piacere e estremo dolore, in una strategia che di lì a poco si rovescerà nell'estremo dolore e nell'estremo piacere del parto. Ogni riproduzione, ponendo di fronte all'uomo una copia futura di se stesso, segna concretamente la direzione del suo destino. L'orgasmo senza riproduzione, come puro atto accecante di passione e reiterazione infinita del piacere, è l'illusione della vita eterna. Ed è in questa icona che il pubblico maschile del porno incosciamente si riconosce, identificando nell'esasperazione della conoscenza carnale la propria potenza, mentale e fisica, assimilando visione e azione in un unicum di energia (secondo una concezione per cui vedere desiderando è già godere), godendo della propria posizione di spettatore. Esso però rischia di sbagliare strategia e di sortire un effetto contrario. Non è infatti l'atto che è divino, ma il desiderio che lo sovrintende, quella spinta che sconfina nella speranza, nella fede, nella carità verso gli altri, quell'emozione intensa che si nutre della sua stessa incompiutezza. Finalizzando il tutto all'orgasmo, all'esplicitazione, all'esibizione del piacere visivo e sonoro, il porno va in senso opposto e stimolando l'eccitazione erotica, induce i suoi abituali spettatori all'imitazione copulatoria o all'onanismo solitario; esaurendone in breve il desiderio e ristabilendone fulmineamente la calma della morte.

Per questo Romance, si può vedere più volte senza giungere alla noia terrificante del porno. Il film porno, una volta esaurita la sua funzione occasionale, si rimuove dalla coscienza. Alla fine dello spettacolo porno ciò che rimane nella retina della spettatore è il proprio occhio riflesso sullo schermo, la sindrome del desiderio, nascosta nel mistero di un atto sessuale soltanto sognato. Il desiderio se ne è andato insieme all'orgasmo (visto/vissuto): resta il vuoto di un divino piacere che si è spogliato delle sue stimmate per ritornare alla condizione umana. Da qui un dolore di vivere che si fa vizio, assurdo, reale, concreto. Per questo alla fine del film la protagonista, dopo tante proiezioni fantastiche del suo desiderio, vive con gioia la nascita, che cancella il mito impossibile dell'onnipotenza maschile. Al fottitore virtuale del porno resta allora il silenzio muto di Don Giovanni, l'attonito stupore di Narciso, il buio sordo dell'Angelo ribelle.

Memmo Giovannini

 

ROMANCE

CAST TECNICO ARTISTICO

Sceneggiatura e Regia: Catherine Breillat
Fotografia: Yorgo Avanitis
Musica: Raphäel Tidas, DJ Valentin
Montaggio: Agnés Guillemot
Scenografia: Frédérick Belvaux
Costumi: Anne Dunsford-Varenne
Prodotto da: Jean François Lepetit
(Francia, 1999)
Durata: 95'
Distribuzione cinematografica: Mikado

PERSONAGGI E INTERPRETI

Marie: Caroline Trousselard
Paul: Sagamore Stevenin
Robert: François Berléand
Paolo: Rocco Siffredi


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