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Ritratto di un uomo senza qualità.
Oui, je suis Leos Carax.
Materiali di repertorio, in bianco e nero, della seconda guerra
mondiale. Cacciabombardieri in azione hanno già squarciato lo schermo prima dei titoli di
testa, sopra e sotto le esplosioni, la musica rock dell'americano Scott Walker stipano le
orecchie di panico e boati sincopati. In una metaforica discesa agli inferi vediamo
mitragliamenti di suoni da acciaieria pesante in concerto, una barriera acustica-sadica e
demoniaca alla Glenn Branca annuncia che quello che vedremo in seguito non avrà nulla di
solido e umano. Ci aggireremo per le vie grigie e marroni della periferia parigina dove
incontreremo solo spettri gelati, fantasmi liquamosi,
allucinazioni banali, sogni incestuosi ad occhi non troppo aperti, incubi inguardabili,
tentati suicidi, nevrotici omicidi, anime di corsa e in pericolo o già
condannate a nuotare in fiumi di sangue e fuoco dentro canyon infernali e citazioni da
Musil.
Il giovane scrittore di bestseller Pierre (Guillame Depardieu), biondo, frivolo, bugiardo e ricco, vive in un
castello della Normandia con la più elegante delle madri, Marie (Catherine
Deneuve) e va spesso a trovare la futura moglie Lucie (Delphin
Chuillot), un cuoricino solare, cavalcando la grande moto ereditata dal padre. Il
dolly danza felice, come se alla guida ci fosse Bertolucci e c'è nell'aria un godimento
quasi hollywoodiano. Il protagonista inoltre si confronta con l'impossibilità di scrivere
il "grande libro della verità".
Basta con la letteratura spazzatura e il suo deja vu
ossessivo
Ma il film è anche una storia d'amore impossibile e ambigua tra
Pierre e una bellezza funebre dai lunghi capelli neri e dagli infiniti occhi mongoli, che
spunta prima dai suoi sogni e poi dalla foresta più nera. Con una voce aspra e uno
stentato francese gli dice che viene dall'est: "sono
Isabelle, tua sorella, la figlia di tuo padre", (un chiacchierato
ambasciatore ora defunto). Poi, in modo catatonico, si mette a suonare un organetto
adorato da Viva dei Velvet Underground
e da Allen Ginsberg. Da questo momento Carax ci invita ad una
lettura più gotica e kafkiana della storia.
Pierre cade a pezzi alla notizia di avere una sorella illegittima e per riconciliarsi con
un pezzo di sé, lascia agi e castello, segue Isabelle a Parigi e perde tutto: la
ricchezza, la madre, la fidanzata, la sontuosa magione, il computer ben programmato, la
fama di scrittore alla moda che si era conquistato usando lo pseudonimo cult di Aladin.
Come dentro una gigantesca tela di Kiefer, Pierre e Isabelle abitano in un capannone industriale
gelato, dove profughi (bosniaci?) e
musicisti folli e settari compongono felliniane e latranti sinfonie nascondendo macabri
traffici di armi. I due, dopo tanta anticamera, fanno
l'amore da tutte le parti, illuminati e inquadrati in modo tale da disgustare qualunque
consumatore di hard core. Pierre è troppo piccolo di fronte al dovere
etico che si è imposto, non è Rimbaud, non è Celine. Ormai tasfigurato come un Cristo in caricatura (o meglio un
Brad Pitt tibetano) lo raggiunge Lucie, malata ma non domata,
Pierre dirà ad Isabelle che Lucie è una sua cugina (tanto per intorbidire ancora di più
il triangolo incestuoso).
Con Pola X, Carax ha voluto fare
un omaggio al più grande scrittore nordamericano del secolo scorso, Herman
Melville. Una riscrittura sensuale, in suoni e immagini, del suo settimo romanzo,
Pierre or the Ambiguities, in francese Pierre ou les
ambiguites, da cui Carax ha preso le iniziali: P.o.l.a.
Il romanzo Melville lo scrisse nel 1851 a Pittsfield, Massachussets, e fu un fiasco.
Vendette solo 2000 copie; era inattuale e la satira degli scrittori à la page
irritava troppo il milieu colto del New England.
Leos Carax, otto anni dopo Les
amants de Pont neuf, ha voluto confrontarsi con un romanzo classico, con un
intrigo misterioso, attraversato da passioni folgoranti. La tragedia privata è quella
degli intagliabili legami di sangue del mauvais sang,
del non riuscire a evadere da sé, dalla trappola del come ci plasma e avvinghia la
famiglia, la comunità, lo stato e l'etnia. E di come una sorellastra, arrivata chissà da
dove (proprio dalla Francia, nel romanzo di Melville) possa rappresentare il lato opposto
dell'isolazionismo incestuoso, a differenza della fidanzatina benedetta dalla mamma.
Eroe romantico,
bugiardo o immaturo che sia, il Pierre di Carax appare la caricatura dell'artista
febbricitante e irrisolto, e l'esplicita scena di sesso in penombra non risolleva le sorti
di un film noioso e ridicolo.
Guillaume Depardieu e Katerina Golubeva
si muovono come in trance, intonandosi al palpito visionario della storiella. Catherine Deneuve nei panni della madre incestuosa,
nonostante mostri il seno, è fuori parte.
La tragedia di un normanno ridicolo,
dell'uomo senza qualità, del romanziere da classifica è anche il ritratto dell'autore
cinematografico europeo tipico, di cui Carax ne fa parte. Per citare Melville: i ritratti, invece di immortalare i geni, come un tempo, non
servono oggi che a quotidianizzare gli imbecilli.
Memmo Giovannini
POLA X
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Leos Carax
Sceneggiatura: Herman Melville, Leos Carax, Lauren Sedofsky,
Jean-Pol Fargeau, dal romanzo "Pierre or the ambiguities"
Fotografia: Eric Gautier
Scenografia: Laurent Allaire
Costumi:
Musica: Scott Walker
Montaggio: Nelly Quettier
Prodotto da:
(Francia, 1999)
Durata: 146'
Distribuzione cinematografica: Academy e Istituto Luce
PERSONAGGI E INTERPRETI
Pierre: Guillaume Depardieu
Marie: Catherine Deneuve
Isabelle: Katherina Golubeva
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