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HAREM SUARE CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Ferzan Ozpetek
Sceneggiatura: Gianni Romoli, Ferzan Ozpetek
Fotografia: Pasquale Mari
Scenografia: Mustafa Ulkenciler, Bruno Cesari
Costumi: Alfonsina Lettieri
Musica: Pivio e Aldo De Scalzi
Montaggio: Mauro Bonanni
Prodotto da: Tilde Corsi, Gianni Romoli
(Italia, 1999)
Durata: 110'
Distribuzione cinematografica: Medusa
PERSONAGGI E INTERPRETI
Safiyé: Marie Gillain
Nadir: Alex Descas
Safiyé anziana: Lucia Bose
Anita: Valeria Golino
Gulfidan: Serra Yilmaz

Harem Suare, è una fastosa
produzione italo-franco-turca del regista Ferzan Ozpetek.
Film diverso da quel Bagno turco, opera d'esordio, anche se un filo rosso
sembra unirli: il personaggio di Anita, l'italiana innamorata dell'Oriente, che qui
vediamo incarnata da Valeria Golino, seduta al bar di una
stazioncina ferroviaria anni '50. Anita incontra l'anziana Safiyé (Lucia
Bosé), che fu la Favorita del Sultano Abdulhamit II nell'ultimo harem, prima della
caduta dell'Impero Ottomano. Safiyé racconta
"Importante
non è come vivete la vita ma come la raccontate".
E così, tra ricordi e immaginazione, il film ci riporta nel 1908, tra le stanze, gli
eunuchi, i riti e le congiure dell'harem.
Intrecciando i piani temporali in un mix di
esotismo fantastico e ricerca storica, Ozpetek impagina una
elegante e sfuggente storia, che nel tentativo di sottrarsi ai famosi luoghi comuni
sull'harem (visto sempre nell'immaginario cinematografico come paradiso di soffice
perversione erotica), finisce con l'essere troppo asessuata. L'ascesa al potere
della futura Favorita del Sultano (la bravissima e bellissima Marie
Gillain), nonché madre di uno dei suoi figli, è raccontata dentro una cornice
romantica nella quale rientra anche una storia d'amore con il potente eunuco Nadir.
Il declino dell'impero ottomano fa da sfondo a questo
"documentario dell'anima", come lo definisce il regista, che indaga i luoghi
dell'intimità, la parte misteriosa di coloro che sognano fuori e contro il mondo reale.
Questo luogo dell'intimità è l'harem, dove ogni donna è soggiogata dalla propria
immagine e ne è il riflesso di una se stessa decorativa. Il
regista tenta il confronto tra culture e pretende di estrarre emozioni
dalle muse segregate. La bellezza del luogo, dei costumi, dei linguaggi intrecciati
(turco, italiano, francese) resta solo una premessa. La
struttura complessa del racconto mischia tre piste narrative diverse, si perde in
un'attesa di pathos che non c'è neppure nell'amore straordinario tra la
Favorita del Sultano e il suo eunuco Nadir. Il film incanta per talento visivo,
sensibilità, capacità di costruire ambienti e atmosfere, ma il lato debole è
nell'epilogo e nella struttura, che lasciano intravedere il rischio che tanto talento in
parte si perda e resti solo esteriore.
Memmo Giovannini
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