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LA BALIA CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Marco Bellocchio
Soggetto e sceneggiatura: Marco Bellocchio e Daniela
Ceselli, sulla scorta dell'omonima novella di Luigi Pirandello
Fotografia: Giuseppe Lanci
Montaggio: Francesca Calvelli
Scenografia: Marco Dentici
Costumi: Sergio Ballo
Musica: Carlo Crivelli
Prodotto da:
(Italia, 1999)
Durata:
Distibuzione cinematografica: Istituto Luce
PERSONAGGI E INTERPRETI
Prof. Mori: Fabrizio Bentivoglio
Vittoria: Valeria Bruni Tedeschi
Annetta: Maya Sansa
Maddalena: Jacqueline Lustig
Nardi: Pier Giorgio Bellocchio
  
Da "Il gabbiano" (1977) a
"Il principe di Homburg" (1997), più d'una volta Marco Bellocchio s'è
confrontato con classici della letteratura: nella fattispecie, questo de "La
balia" costituisce il suo secondo incontro con Pirandello dopo un "Enrico
IV" (1984) figurativamente impeccabile ma gravato da un sovrappiù di simbolismo.
Rispetto alla novella, scritta nel 1903, il regista de "I pugni in tasca" (1965)
ha apportato sostanziose modifiche lasciando intatto il solo nucleo centrale, costituito
dal confronto tra una donna borghese algida e senza latte ed una popolana vitale e dalle
poppe traboccanti: il bimbo da allattare rimane il motore della vicenda, cambiano per
contro la professione di suo padre (uno psichiatra in luogo d'un deputato socialista), le
attitudini della balia (ch'è qui una donna forte, fidanzata d'un rivoluzionario finito in
carcere, desiderosa d'apprendere e crescere), lo scioglimento della vicenda (la ragazza
non finirà per prostituirsi, né per perdere il proprio bambino).
Se, come dicevano gli antichi, un
regista si vede da dove di volta in volta colloca la macchina da presa, Bellocchio è un
grande cineasta: qui, ogni singola inquadratura appare agli occhi dello spettatore
perfetta, quasi non vi fosse stato alcun altro modo possibile per realizzarla, ed intere
sequenze lasciano senza fiato per forza e bellezza.
Si veda ad esempio la straordinario inizio, la visita del dottor Mori ad un paziente
afflitto da depressione e come disseccato d'allegrezza, nella cornice d'una amena casa da
benestante abbrunata dalla pena; la scena in cui ancora il medico esamina le aspiranti
nutrici col petto ridondante di latte, d'una struggente eloquenza sull'iniquità dei
rapporti di classe; oppure il momento in cui la giovane, analfabeta, si fa leggere dal
proprio datore di lavoro una missiva scritta dal proprio compagno in cattività.
Ma è dall'insieme dell'opera che
promana un senso di perfezione, di totale controllo ad un tempo della materia e delle
dramatis personae: quest'ultime guidate a prestazioni mirabili, ché non si saprebbe
davvero cosa prediligere fra la rattenuta emozione di Bentivoglio e l'impressionante
aderenza alle nevrosi del personaggio di Valeria Bruni Tedeschi (per tacer del grande
esordio di Maia Sansa, capace di utilizzare al meglio le proprie esperienze di teatro).
Assieme a "Così ridevano" di Gianni Amelio, "La balia" è certamente
il miglior film italiano della stagione: la speranza è che la giuria di Cannes se ne
accorga, accordando ad esso un riconoscimento che più meritato non potrebbe essere.
Francesco Troiano
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