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LA FIGLIA DI UN
SOLDATO NON PIANGE MAI
(A SOLDIER'S DAUGHTER NEVER CRIES)CAST
TECNICO ARTISTICO
Regia: James Ivory
Sceneggiatura: James Ivory e Ruth Prawer Jhabvala, dal romanzo omonimo di Kaylie Jones
Fotografia: Jean-Marc Fabre
Scenografia: Jacques Bufnoir, Pat Garner
Costumi: Carol Ramsey
Musica: Richard Robbins
Montaggio: Noëlle Boisson
Prodotto da: Ismail Merchant
(INGHILTERRA, 1998)
Durata:126'
Distribuzione cinematografica: CECCHI GORI GROUP
PERSONAGGI E INTERPRETI
Bill Willis: Kris Kristofferson
Marcella Willis: Barbara Hershey
Channe: Leelee Sobieski
Billy Willis: Jesse Bradford
La madre di Billy: Virginie Ledoyen

Ivory non è mai stato troppo simpatico alla critica, che
spesso lo ha definito un regista patinato ed eccessivamente perfezionista, tanto maniacale
nella cura del décor da raffreddare irrimediabilmente i propri lavori. Se quelle critiche
erano in buona parte esagerate all'epoca delle tre pellicole tratte dalle opere di E.M.
Forster, che avevano dignità e sostanza, sarebbero addirittura insufficienti ora. Da
"Jefferson in Paris" in poi Ivory ha perso infatti lo smalto e la forza di quei
lavori ed è sempre più scivolato verso una piattezza stilistica ed espressiva
preoccupanti. Questo suo ultimo film non fa eccezione.
Ambientato tra Parigi e gli Stati Uniti degli anni 60/70, "A soldier's daughter never
cries", racconta l'ennesima storia familiare della filmografia del regista americano,
e vede come protagonista la figlia maggiore Channe, voce narrante del film. Suddiviso in
tre capitoli che portano il titolo delle principali figure maschili della vita della
ragazza (il fratello adottivo, un amico, il padre), il film segue le vicende della
famiglia Willis e tenta di metterne in luce i rapporti interni, le tensioni, i valori. Ma
Ivory, non supportato da una valida sceneggiatura, gira tutto con lo stesso registro,
sceglie inquadrature di una banalità a tratti sconcertante e da ultimo affida i ruoli ad
attori palesemente inadatti: basti per tutti lo spaesato Kris Kristofferson, che nei panni
dello scrittore è credibile quanto lo sarebbe Woody Allen in quelli di un cowboy. E alla
fine di questo film facilmente dimenticabile cresce sempre più il sospetto che senza le
spalle coperte da un gigante quale Forster (o dal talento di Ishiguro) Ivory non sappia
bene che pesci pigliare.
All'ultimo Festival di Venezia qualcuno ha giudicato il film come "quel che resta di
Ivory", e raramente definizione è stata più azzeccata.
Simone Sabattini |