Tempi Moderni

I film del 1999


LA FIGLIA DI UN SOLDATO NON PIANGE MAI
(A SOLDIER'S DAUGHTER NEVER CRIES)

CAST TECNICO ARTISTICO

Regia: James Ivory
Sceneggiatura: James Ivory e Ruth Prawer Jhabvala, dal romanzo omonimo di Kaylie Jones
Fotografia: Jean-Marc Fabre
Scenografia: Jacques Bufnoir, Pat Garner
Costumi: Carol Ramsey
Musica: Richard Robbins
Montaggio: Noëlle Boisson
Prodotto da: Ismail Merchant
(INGHILTERRA, 1998)
Durata:126'
Distribuzione cinematografica: CECCHI GORI GROUP

PERSONAGGI E INTERPRETI

Bill Willis: Kris Kristofferson
Marcella Willis: Barbara Hershey
Channe: Leelee Sobieski
Billy Willis: Jesse Bradford
La madre di Billy: Virginie Ledoyen

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Ivory non è mai stato troppo simpatico alla critica, che spesso lo ha definito un regista patinato ed eccessivamente perfezionista, tanto maniacale nella cura del décor da raffreddare irrimediabilmente i propri lavori. Se quelle critiche erano in buona parte esagerate all'epoca delle tre pellicole tratte dalle opere di E.M. Forster, che avevano dignità e sostanza, sarebbero addirittura insufficienti ora. Da "Jefferson in Paris" in poi Ivory ha perso infatti lo smalto e la forza di quei lavori ed è sempre più scivolato verso una piattezza stilistica ed espressiva preoccupanti. Questo suo ultimo film non fa eccezione.
Ambientato tra Parigi e gli Stati Uniti degli anni 60/70, "A soldier's daughter never cries", racconta l'ennesima storia familiare della filmografia del regista americano, e vede come protagonista la figlia maggiore Channe, voce narrante del film. Suddiviso in tre capitoli che portano il titolo delle principali figure maschili della vita della ragazza (il fratello adottivo, un amico, il padre), il film segue le vicende della famiglia Willis e tenta di metterne in luce i rapporti interni, le tensioni, i valori. Ma Ivory, non supportato da una valida sceneggiatura, gira tutto con lo stesso registro, sceglie inquadrature di una banalità a tratti sconcertante e da ultimo affida i ruoli ad attori palesemente inadatti: basti per tutti lo spaesato Kris Kristofferson, che nei panni dello scrittore è credibile quanto lo sarebbe Woody Allen in quelli di un cowboy. E alla fine di questo film facilmente dimenticabile cresce sempre più il sospetto che senza le spalle coperte da un gigante quale Forster (o dal talento di Ishiguro) Ivory non sappia bene che pesci pigliare.
All'ultimo Festival di Venezia qualcuno ha giudicato il film come "quel che resta di Ivory", e raramente definizione è stata più azzeccata.

Simone Sabattini