Anno V - Numero 7 - Dicembre 1999

Un libro al mese


IL RESPIRO DI UN GIGANTE
SULLE CENERI DEL SECOLO

Underworld
Don De Lillo
Einaudi
Pag. 880, Lire 38.000

Cinquant'anni di storia americana, una finestra sui problemi del futuro. La grande letteratura riparte dal romanzo di Don DeLillo. Americano di origine italiana, vissuto a lungo nel Bronx, dove è ambientata buona parte del romanzo.

L'INCENERITORE DEL GRANDE SOGNO

L'America della guerra fredda e i suoi sinistri bagliori in un romanzo Bruegheliano e plurigergale.

New York, autunno 1951: una pallina da baseball schizzata dal "diamante" dei Giants fa il giro dell'America per finire, cinquant'anni dopo, nella discarica di Nick…Tra scorie e cimeli, incubo della Bomba Atomica e del complotto, Don DeLillo strozza il totem postmoderno.
Proprio sul finire del secolo - di questo secolo che sembrava avere esaurito nei suoi primi decenni la potenza espressiva di una letteratura in grado di misurarsi con la grandezza e la tragicità della storia - arriva, grazie a Don DeLillo, il libro che offre un riscatto allo squallido tramonto novecentesco. Un tramonto rischiarato qua e là da bagliori di pensiero in forma di narrativa o di poesia, ma più genericamente oscurato da una cappa di mediocrità resa certamente più cupa dell'incessante rumore della chiacchiera, l'incontrastata colonna sonora che ci accompagnerà fino a definiva sepoltura di questi anni nel trionfo della loro spazzatura.

Non a caso i rifiuti, riciclabili o meno, di provenienza domestica o nucleare, sono nel romanzo di DeLillo una presenza pervasiva, un emblema della dialettica contemporanea che prima crea bisogni non metabolizzabili, poi si lascia sovrastare dalla loro ingovernabilità, dunque si affanna a ideare tecnologie capaci di fronteggiarne la minaccia. «Consuma o muori. Questo è il dettato della cultura. E finisce tutto nella pattumiera.» Non è una epigrafe, è solo una frase seminata nelle quasi novecento pagine di Underworld che si presta ad essere citata per la sua tagliente perentorietà. Non è legittimo trovarvi una prova indiziaria di vizio ideologico, né scambiare lo sguardo iperrealista di DeLillo per vocazione apocalittica, è stato già fatto all'uscita del suo precedente romanzo, Rumore bianco, ma la pista è fuorviante.

under.jpg (5849 byte)Don DeLillo, che ormai in molti considerano, insieme con Thomas Pynchon, lo scrittore americano più significativo e importante di quest'ultimo scorcio di secolo, con Underworld, un romanzo enorme nelle dimensioni, vuole finalmente incarnare il sogno del grande romanzo americano, (ma Americana, significativamente, si intitolava il suo primo libro del 1971). Underworld nasce dallo sviluppo di uno straordinario racconto, uscito su Harper's nel 1992, con il titolo Pafko at the Wall, e che ora costituisce il prologo di Underworld, con il titolo il Trionfo della morte. C'è in questo primo capitolo una perizia narrativa straordinaria, i passaggi abilissimi di scene di massa a scene di gruppo a scene interiori di singoli personaggi. Una prima connessione: nello stesso momento in cui allo stadio Polo Grounds di New York, durante la partita di baseball tra i Giants di New York e i Dodgers di Brooklyn, il grande Bobby Thomson colpisce la palla durante un home run spedendola in tribuna con un «colpo che ha fatto il giro del mondo», ribaltando il risultato a favore dei Giants e scatenando la gloria dei tifosi, il capo della Cia J: Edgar Hoover, che segue la partita insieme con Frank Sinatra e altre celebrità, riceve la notizia che in Russia è stata fatta esplodere la prima bomba atomica e che da quel momento è iniziata la guerra fredda. Su Hoover piovono intanto, lanciate dagli spettatori dei gradini più alti, delle pagine della rivista Time che, rimesse insieme, costituiscono una riproduzione del Trionfo della morte di Brueghel.

Da questo primo episodio si dipana una rete fittissima di connessioni che vanno a costituire le sezioni successive del romanzo. Seguendo il destino di quella palla da baseball, che il 3 ottobre del 1951 era stata raccolta da un ragazzino nero, Cotter, entrato clandestinamente nello stadio, e successivamente negli anni passata di mano in mano, tra collezionisti di reliquie sportive, speculatori, curiosi disinteressati, per finire infine nelle mani di quello che è forse il protagonista del libro, Nick Shay, l'unico a cui è concesso a tratti di parlare in prima persona. E' solo un pretesto che unisce l'uno all'altro i vari personaggi che ne entreranno in possesso, dopo che il padre gliela sottrae e la vende, in una scena che si distanzia centinai di pagine da quella iniziale. Il lettore fa la conoscenza, avanti e indietro nel tempo, di molti personaggi, molti luoghi, molti pezzi di società americana: dalla desolazione del Bronx (il quartiere originario di Nick, e anche, di DeLillo) ai paesaggi artificiali del Texas, dalle autostrade dove un killer solitario uccide a caso chi gli corre accanto in automobile, al deserto dell'Arizona dove un'artista che è stata in gioventù per breve tempo l'amante di Nick ora allinea vecchi bombardieri reduci dal Vietnam e li dipinge a vivaci colori. Le quasi novecento pagine di Underworld, sono un poderoso ritratto epico dell'America post-bellica. La stratificazione delle trame, che zig-zagando corrono parallele e poi finiscono con il sovrapporsi, formando un mosaico di vicende che appunto prendono il via all'inizio degli anni Cinquanta, durante la famosa partita di baseball a New York. Underworld brulica di personaggi, fittizi e reali (J. Edgar Hover, Frank Sinatra e Lenny Bruce), di installazioni artistiche e di film immaginari (Unterwelt di Eisenstein), graffitisti e esperti di smaltimento dei rifiuti.

Il lettore rivisita anche, con la nettezza circostanziale delle visioni paranoiche, molti dei temi già comparsi nei precedenti romanzi di DeLillo: il rapporto abnorme nella nostra società tra consumo e rifiuti (che da origine all'industria dei rifiuti, in cui è impiegato Nick, ma anche a una serie straordinaria di rappresentazioni dei rifiuti, veri e propri monumenti della civiltà in cui viviamo); l'inquinamento; la nuova povertà prodotta dalla grande ricchezza; lo svuotamento dei soggetti; l'appiattimento della storia, delle culture, delle differenze e la loro riduzione a collezionismo e folclore; la frammentazione e scomposizione di istinti e desideri e la loro trasformazione in cartelloni pubblicitari; la presenza incombente delle merci, delle immagini, della vita impalpabile del capitale; dalla sostituzione dell'analisi psicologica e sociale con la dietrologia e le teorie del complotto.

Il tema del complotto, è stato al centro di romanzi precedenti di DeLillio, come Nomi (Names) del 1982 e Libra del 1988, ma trova in Underworld una nuova attuazione divenendo totale e onnipresente, quindi anche totalmente paranoico, e acquista una nuova significativa profondità: Nick è l'uomo postmoderno, senza futuro, nutrito di amicizie fasulle, affetti stanchi e quasi spenti, soprattutto una storia o con una storia che non sa decifrare. Alle origini, per lui, c'è la società italo-americana del Bronx, una serie di personaggi-macchiette, e un padre che tira a campare facendo l'allibratore e che un giorno è uscito per fare una passeggiata e non è più ritornato a casa. La teoria della cospirazione gli offre una spiegazione che può andare bene per un film: la mafia è venuta a prendersi suo padre e l'ha eliminato per un regolamento di conti. Ma la spiegazione che può andar ben per un film, probabilmente non può applicarsi a quel piccolo quartiere di vite insignificanti- anche se forse è proprio la cospirazione che diventa la molla del destino di Nick e lo porta a uccidere un uomo per sbaglio, a finire in riformatori, a passare attraverso un severa rieducazione presso i Gesuiti. Alla resa dei conti la teoria del complotto, non riesce a dare un significato alla sua vita, né al suo inizio né alla sua attuale posizione di marito e padre felice, di ricco e brillante analizzatore di rifiuti e di casuale possessore della palla da golf.

Qualcuno ha osservato, con grande acutezza, che l'attenzione ossessiva di DeLillo per le connessioni sotto la superficie delle cose rischierebbe di riuscire noiosa se egli non sapesse, con la sua scrittura, rendere assolutamente vera e accettabile quella superficie. Effettivamente in quest'ultimo romanzo la sua maestria nel trattare la lingua è divenuta così straordinaria e così apparentemente facile e naturale da lasciare incantati. Il gusto sicuro dei dettagli, la precisione miracolosa delle immagini, la capacità di tenere il linguaggio a livelli stilistici alti (addirittura lirici e a volte, nei momenti di pietosa rappresentazione del vuoto affettivo post-moderno, tragici), la capacità di incorporare molto materiale visivo ricavato dai film, dai fumetti, dai tabelloni pubblicitari, dagli show televisivi sono davvero stupefacenti, surreali, momenti di grande umorismo.

Un simile impasto linguistico, che a volte riesce anche a evocare, con straordinaria flessibilità, il parlato di molti e diversi individui, gruppi e comunità, mettendo insieme tanti frammenti di America, è molto difficile che riesca a passare nella traduzione italiana. "Il lettore deve fare qualche sforzo d'immaginazione.
In mezzo, una carrellata di personaggi e di scenari indimenticabili; alcuni appartengono alla storia, altri vivono nel confine incerto che separa la realtà dalla finzione. Anche in questo libro, come già nei precedenti, i personaggi di DeLillo sono profondamente radicati nei luoghi in cui si muovono, sia che partecipino nell'attualità, sia che vivano nel ricordo. Essi non condividono né la migliore tradizione novecentesca di abitanti di spazi metaforici, né quella di sradicati da una centralità perduta, né tantomeno incarnano le derive letterarie lungo le quali si sono incamminate, negli ultimi anni, le cosiddette identità nomadi.

Se tutto ha inizio al Polo Grounds di New York è perché la grande partita tra i Giants e i Dodgers è stata forse l'ultima occasione in cui «la gente è uscita spontaneamente di casa per qualcosa. Per la meraviglia, per lo stupore. Come una nota a piè di pagina alla fine della guerra.» Poi altri eventi avrebbero scosso, ben più profondamente la vita americana. L'assassinio di Kennedy e tutti gli altri eventi che seguirono, fecero si che le persone si affrettarono a chiudersi in casa per incollarsi davanti al televisore.
Anche per questo, Underworld è un romanzo di esistenze riconoscibili, per quanto lontane: perché è la realizzazione meglio compiuta del tanto vagheggiato connubio tra il grande respiro della fiction e la rappresentazione della realtà odierna, i cui rumori, sofferenze, sogni e odori non rimandano allo strapaesano cortile di casa.

In Italia Unerworld è uscito nella collana "Supercoralli di Einaudi, per la traduzione di Delfina Vezzoli, che tra l'altro inaugura il passaggio di Don DeLillo, dalla piccola alla grande editoria italiana (i suoi precedenti romanzi, non tutti, erano usciti in gran parte da Pironti).

Memmo Giovannini

PICCOLA CURIOSITA'

Don DeLillo? Oddio, chi è… Ora che la casa editrice Einaudi lo ha rilevato dalla casa editrice Pironti (dopo Underworld, è uscito nei Tascabili Rumore Bianco che nel 1985 lo impose negli Usa), l'Italia si sprovincializzerà? Il più grande scrittore postmoderno (nato nel Bronx nel 1936 e di origine italiana), risbarca da noi come "vergine" ai più, provveduto delle cifre da grande star, con il passaporto per le pagine culturali e i magazine e i femminili, e di un posto da tribuna in libreria, accanto a Stephen King; ma soprattutto dell'editore "giusto" per essere detto dalle boccucce con rossetto nei salotti dove non si potrà non averlo letto. Ma otto-dieci anni fa era un fuoriclasse lo stesso (altro che i minimalisti!) per chi sapeva accorgersene: Rumore Bianco, Cane che corre e Giocatori da Pironti; Great Jones Street, dal Saggiatore, e fuori catalogo Mao II per la casa editrice Leonardo.


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