Tempi Moderni

I film del 1999


Intervista a Bernardo Bertolucci

Bertolucci ci vuole raccontare i problemi che hanno accompagnato l'inizio della lavorazione?
Con un tono molto pacato cercherò di raccontare la vicenda. Il mio amico Enzo Siciliano, all'epoca presidente della Rai, mi chiedeva insistentemente qualcosa e quando gli proposi di adattare questo racconto di James Lasdun accettò con entusiasmo. Poi, un mese prima delle riprese, il cambio ai vertici. E alla vigilia del primo ciak, con i due protagonisti Thandie Newton e David Thewlis già a Roma, la sospensione. Non si riusciva neppure a sapere perché, dicevano che tre miliardi era un costo troppo alto per un tv movie… Ero talmente offeso di questa vicenda penosa che ho lanciato un ultimatum e mi sono rivolto a Mediaset. E, li ho trovato Riccardo Tozzi, che ha detto sì senza neppure leggere la sceneggiatura.

"L’assedio" si potrebbe definire un "Ultimo tango a Parigi" trent’anni dopo?
In un certo senso sì, anche se in una versione sussurrata e rasserenante. Infatti la scena d’amore tra Mr. Kinsky e Shandurai l'ho lasciata all’immaginazione dello spettatore, non per falso pudore ma perché davvero non aveva niente a che fare con questo film. La sensualità oggi ha preso il posto della sessualità aggressiva come unica forma di comunicazione. Si vede che nella mia vita il momento della trasgressione è stato il 1972.

Come si è trovato a lavorare ad un "piccolo progetto"?
Ho girato in uno stato di grande libertà. Una libertà persa molti anni fa e ora ritrovata. Inquadratura dopo inquadratura pensavo solo a come la storia si evolveva. La mutazione è soprattutto un discorso di stile; l’occhio sui personaggi è sempre il mio, ma c’è qualcosa di diverso nel ritmo, nel montaggio. Ho voluto tornare alle origini del cinema muto, così anche nel mio film si parla pochissimo. Nel futuro vorrei potermi spingere ancora oltre.

Il suo interesse riguarda anche i mezzi tecnici che usa la televisione e una conoscenza più approfondita dei mezzi digitali?
Abbiamo un cinema che ha rifiutato la fusione con l’elettronica. Il cinema diceva Fellini, è come le nuvole, il sole, il vento, è la realtà, quindi non si può ignorare la televisione.

La destinazione televisiva non ha rappresentato un limite?
Io sono grato a chi mi ha spinto a fare un film per la televisione. L’ultimo lo avevo fatto venti anni fa con "La strategia del ragno". A quei tempi fare televisione mi sembrava qualcosa di meno che fare cinema e mi ero vendicato girando il film con una quantità di campi lunghissimi. Il risultato fu che sul piccolo schermo il film era inguardabile. Stavolta, invece, non ho preso l'occasione prospettatami come una perdita, ma come una possibilità di arrichimento. Volevo sperimentare dal vero un’idea che mi ossessiona.

Quale?
Il cinema si sta trasformando e non può ignorare i nuovi linguaggi e le nuove tecnologie. Era imbarazzante quando il cinema imitava la televisione e la televisone imitiva il cinema. Oggi ci sono giovani registi che riescono a parlare un linguaggio nuovo e tra questi Harmony Korine che ha fatto "Gummo" presentato a Venezia due anni fa, o Tsai Ming Liang. Il loro cinema è la "diretta" della realtà e lo sanno benissimo; mentre tra quelli della mia generazione, c’è ancora molta diffidenza per l’elettronica. "L’assedio" è quasi un musical in cui il ritmo è suggerito dai movimenti della macchina da presa. Nel film c’è anche una grande mescolanza di stili di ripresa: macchina a mano, carrelli e steady-cam. E' in un certo senso un film plurilinguista come avrebbe detto Pasolini. Prima non lo avrei mai fatto. Con grossi budget si è portati a seguire le convenzioni.

Cosa rimprovera alla fiction televisiva di oggi?
Mi sembra ferma agli anni Settanta/Ottanta, come se non ci fosse la voglia di esplorare il mezzo televisivo. Forse perché la committenza ti impone di volare rasoterra, oppure perché c’è questa rincorsa all’audience che rende i due poli televisivi identici. Non si pensa quindi ad investire sul futuro, sulle enormi potenzialità educative di questo mezzo che invece resta solo una vetrina di prodotti.

Teme che "L’assedio" possa non essere capito dal pubblico televisivo?
Non credo che sia più ostico o misterioso di altri miei film. Comunque vorrei che "L’assedio" avesse una vita in armonia con le sue dimensioni, uscendo dall’alternativa obbligata, grande successo oppure nulla. E poi, a parte le idee nascoste sottotraccia, c’è una storia d’amore comprensibilissima che ha emonzionato ovunque: a Toronto, a San Sebastian e anche in India.

E’ una storia d’amore singolare, in cui un uomo occidentale si priva di ogni cosa per una donna africana che ama il marito incarcerato per motivi politici...
Kinsky capisce che per essere felice deve far felice Shandurai e sublima l’amore in questo grande sacrificio arrivando fino a rinunciare al suo pianoforte.

Una prospettiva evangelica?
Evangelicamente laica, direi.

E adesso che progetti ha?
Ho in mente un altro piccolo film in attesa di varare la biografia di Gesualdo da Venosa a cui sto lavorando, revisione dopo revisione, con Mark People, mio sceneggiatore abituale di quasi tutti i miei ultimi lavori.

Memmo Giovannini