Tempi Moderni |
I film del 1998 |
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COMICITA' E RISO
IN CARLO VERDONE
E' un profondo senso della tradizione di mestiere (origine teatrale,
infatti) che porta Carlo Verdone a servirsi dei moduli di una comicità apparentemente
libera e disarticolata, a operare con essi sul linguaggio, e quindi sulla realtà. Una
comicità funzionale, dunque, mai fine a se stessa. La camera partecipa ai suoi giochi
gestuali, ai suoi deliri verbali: i ritmi che emergono allora come espressione e
conseguenza del mascheramento che agisce in quei modelli di comportamento, in quegli
stereotipi "umani" (così penosamente, rigidamente opachi). E quei caratteri che
ne derivano, costantemente e ossessivamente impegnati a ingannare sé stessi, tradiscono,
lì, il loro vuoto, nel recitare, appunto, la performance del pieno (del saputo, del
detto, del fatto...). Ripetizioni, dimenticanze, distrazioni e inceppamenti sono nel suo
personaggio la struttura stessa del disordine linguistico e comportamentale, la chiave.
Certo, lo specifico dell'espressione comica è di palesare contrasti, di smascherare
finzioni attraverso uno strofinamento "critico": Verdone si serve lucidamente di
queste possibilità. La comicità pura non esiste: il comico contesta la realtà entro la
quale o contro la quale lavora; i suoi stessi procedimenti espressivi lo spingono ad
operare un'azione demitizzante. Ma l'espressione comica nelle sue forme migliori è sempre
un sistema di significanti che sospende e lascia impliciti i significati di fondo. Il
referente del comico è sempre il "senso comune". La comicità di Carlo Verdone
ha, inoltre, una ricchezza e una complessità di motivi nell'eredità dialettale (da cui
sono sempre partiti i nostri comici) che si fonde prodigiosamente con la lezione
petroliniana, orientate verso esiti astratti e surreali, come già in Totò e in Sordi.La tendenza verso un gioco disarticolato e "assurdo" è sempre ben visibile in certe deformazioni linguistiche, nell'illogicità scoperta dei monologhi (discorsi pubblici, perorazioni etc.) che investono certe contraffazioni del linguaggio togato e "ufficiale". In Carlo Verdone vive come una radice romana un atteggiamento fatalista, e dietro alle sue molteplici invenzioni lavora un preciso senso dell'umanità del quotidiano con la sua dimensione di vuoto e di rifiuto della regola, di assenza e di resistenza passiva di fronte alla pressione del reale; e il pubblico indovina quest'anima segreta: come in tutto il cinema di qualità, un ponte viene gettato tra lo schermo e lo spettatore, la distanza si annulla nella messa in scena nel continuum tra la vita quotidiana e la sua riproduzione. Perché proprio su questo tipo di comicità e sullo stesso corpo-comico di Carlo Verdone si iscrivono le contraddizioni e le incongruenze che appartengono al sociale e a noi stessi. Memmo Giovannini |
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