LA MIA VITA
IN ROSA
(MA VIE EN ROSE) CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Alain Berliner
Sceneggiatura: Alain Berliner, Chris Vander Stappen
Costumi: Karen Muller Serrau
Musica: Dominique Dalcan
Montaggio: Sandrine Deegen
Effetti speciali: Sparx
Prodotto da: Carole Scotta
Durata: 85'
(BELGIO, 1997)
Distribuzione cinematografica: CECCHI GORI GROUP
PERSONAGGI E INTERPRETI
Ludovic: Georges Du Fresne
Hanna: Michèle Laroque
Pierre: Jean-Philippe Ecoffey
Elisabeth: Hélène Vincent


"Il
film parla di magia, sogni e speranza": su queste tre parole immortali, soprattutto
per il cinema, il regista Berliner ha costruito con grazia un'opera non facile da
dimenticare, qualcosa di diverso da un film sull'omosessualità. Con leggerezza
implacabile ha circondato gli splendidi sette anni del piccolo Ludovic, che vive con la
famiglia in una benestante zona residenziale del Belgio e ama truccarsi e indossare gli
abiti della madre, di tanti, troppi sguardi incapaci di varcare i limiti della propria
meschinità. Gli stessi genitori non fanno altro che sforzarsi imperdonabilmente di
ricondurlo a quella normalità che, se fosse termine ancora meritevole di discussione,
equivarrebbe allora a un concentrato di mediocrità, falso cameratismo e ipocrisia.
Aggiungendo magari la bruttezza: adulti brutti che non se ne salva uno, uomini lontani da
ogni tentazione e donne un po' troie che s'adattano agli abiti (vietati a Ludovic) come le
due sorellastre di Cenerentola all'agognata scarpetta. Fosse per loro il Belgio resterebbe
un compagno della comunità europea del quale non sappiamo niente e niente ci interessa
sapere. Ma lo spiraglio aperto da "La promesse" s'impone in tutt'altra chiave e
nonostante tutto, grazie agli occhi sereni del piccolo che accetta la sua diversità ancor
prima di riceverne un'approssimativa ma consolante spiegazione "scientifica".
"Io sposerò il mio amichetto quando non sarò più un maschio" è
l'atteggiamento innocente che paga di persona in un'età in cui sarebbe ancora troppo
presto per pagare, ma è anche la determinazione che lo spinge a scappare, a tentare
ingenuamente il suicidio, a rifugiarsi tra le braccia di una nonna troppo giovane dentro
che, solo lei, sa trattarlo per quello che è: un bambino. Con la benedizione di un'icona
gay adatta a quell'età, una bambolona della tv, mezza Barbie e mezza Anita Ekberg, che
vive in un fatato mondo di plastica colorata dove per i sogni è ancora possibile trovare
ospitalità.